Avere un figlio grazie a un reimpianto di tessuto ovarico, congelato per anni mentre si cura una malattia oncologica e si affrontano cicli di chemioterapia, sembra ancora fantascienza, eppure a Bologna è già accaduto. "Siamo il centro italiano con il maggior numero di campioni di tessuto ovarico crioconservati – spiega il professor Renato Seracchioli, direttore dell’unità operativa di ginecologia e fisiopatologia della riproduzione umana del Sant’Orsola – perché ne abbiamo stoccati nell’azoto liquido, a meno 196 gradi, ben 900, circa l’80% provengono da fuori regione, di cui 700 appartengono a pazienti adulte e 200 in età pediatrica. Sono donne che arrivano da tutta Italia e anche in questi mesi di pandemia ne stiamo ricevendo in media due a settimana. Poi, quando saranno guarite dal tumore, chi vorrà potrà chiedere il trapianto a fini riproduttivi o per ritardare la menopausa e le conseguenze che comporta. A quel punto i campioni saranno scongelati e reimpiantati".

Eppure si guarda già più in là. "Si punta sulla liofilizzazione dei tessuti. Lo scorso febbraio al congresso sulla preservazione della fertilità organizzato da noi – prosegue Seracchioli –, è intervenuto il professor Pasquale Patrizio, responsabile della medicina della riproduzione all’università di Yale: ci ha presentato le sue tecniche di liofilizzazione, ossia di essiccazione, su tessuto ovarico bovino e di topi. Speriamo di poter collaborare con lui per proseguire la ricerca sull’uomo. In futuro possiamo immaginare che, togliendo la parte acquosa dai tessuti, non serviranno più i contenitori di azoto liquido, ma sarà sufficiente conservare i campioni di tessuto a meno 4 gradi, in un normale frigorifero, e a quel punto, sotto forma di piccole compresse, potranno anche essere riconsegnati alla paziente, che li riporterà a noi nel momento del trapianto".

Dal 2002, ossia da quando è iniziata l’attività di congelamento, sono stati eseguiti 28 reimpianti su 19 pazienti. Con quali risultati? "Sono già nati due bambini e attualmente stiamo seguendo le gravidanze di due donne, una appena iniziata, l’altra al settimo mese", osserva Raffaella Fabbri, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari, dove i campioni vengono trattati.

La biologa riassume il procedimento che segue l’intervento chirurgico: "Eliminiamo la parte midollare dell’ovaio per lasciare quella corticale, dove sono contenuti i follicoli cosiddetti ‘dormienti’, quelli che, una volta reimpiantati, sono responsabili della riattivazione dell’ovaio. Si tratta di tessuti molto delicati che vengono sottoposti a un congelamento lento, di due ore e mezza, durante il quale la temperatura viene abbassata di un terzo di grado al minuto. Poi i campioni, una volta arrivati a meno 150 gradi, vengono trasferiti nell’azoto liquido, dove rimarranno a meno 196 gradi fino al momento dell’utilizzazione".