Foto: Jao Cuyos / iStock
Foto: Jao Cuyos / iStock

L’uso smodato di plastica nel settore alimentare può riflettersi nella presenza di microplastiche, minuscoli pezzettini di plastica di lunghezza inferiore ai 5 millimetri, nel cibo che mangiamo tutti i giorni. Numerosi studi passati hanno rilevato una preoccupante quantità di microplastiche nell’acqua in bottiglia, nel sale, nella birra, nello zucchero e anche nel pesce. A tal proposito, una nuova ricerca del QUEX Institute (il risultato di una partnership tre la università di Exeter e del Queensland) si è concentrata sui frutti di mare, che noi italiani tanto amiamo, trovando microplastiche in ogni campione analizzato.

La plastica nei frutti di mare e nel pesce che mangiamo 

I ricercatori hanno comprato alcune varietà di frutti di mare e di pesce: cinque granchi blu selvatici, dieci ostriche, dieci gamberi tigre d’allevamento, dieci calamari selvatici e dieci sardine selvatiche. Gli acquisti sono stati effettuati in alcuni mercati australiani. Dopo aver minuziosamente pulito ogni alimento, gli esperti hanno testato le parti commestibili per rilevare la presenza di cinque tipi di microplastiche dannose per la salute. Per farlo hanno utilizzato una tecnica chiamata “pirolisi-gas cromatografia-spettrometria di massa”, ossia una analisi chimica in cui il campione subisce una decomposizione termica per poi essere analizzato mediante la spettrometria di massa.

Le più “inquinate” sono le sardine 

Dai risultati è emerso che ogni campione aveva al suo interno piccolissime particelle di plastica: 0,04 mg di plastica per grammo nei calamari, 0,07 mg nei gamberi, 0,1 mg nelle ostriche, 0,3 mg nei granchi, 2,9 mg nelle sardine. La quantità di plastica presente, dunque, varia notevolmente a seconda della specie, con le sardine che si sono posizionate al primo posto di una classifica non esattamente prestigiosa. Questo risultato è in linea con uno studio italiano del 2018, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Pollution Research, il quale ha scoperto che “oltre il 90% delle sardine e delle acciughe ha ingerito i rifiuti marini. E che la frazione microplastica è rappresentata da percentuali che vanno dal 18% nelle acciughe al 33%”.

Come fanno le microplastiche a depositarsi sul pesce

"Potremmo ingerire circa 0,7 mg di plastica quando mangiamo una porzione media di ostriche o calamari, e fino a 30 mg di plastica quando mangiamo un piatto di sardine”, ha spiegato Francisca Ribeiro, autrice principale dello studio. 30 mg è il peso di un chicco di riso, dunque qualcuno potrebbe sottovalutare i rischi di tutto ciò. A lungo andare, però, i pericoli per la salute possono diventare concreti, anche considerando che i frutti di mare e il pesce non sono gli unici alimenti contenenti microplastiche o nanoplastiche. Come fanno queste particelle dannose a depositarsi sui cibi? Non esiste una risposta univoca. Può essere colpa dei processi di lavorazione e di trasporto, oppure degli imballaggi di plastica. Le microplastiche, fanno notare gli esperti, possono attaccarsi ai frutti di mare tramite particelle sospese in aria. Inoltre gioca un ruolo chiave l’inquinamento degli oceani e dei mari, dove la presenza di plastica non accenna a diminuire.