Le persone avanti negli anni finiscono per mangiare male, in maniera poco variata, e vanno incontro a problemi di malnutrizione a casa loro nel 4-10 per cento dei casi. Ancora più frequenti (20, 40 e 70 per cento rispettivamente) gli inconvenienti legati a un regime alimentare sballato nelle residenze protette, in ospedale o in lungodegenza. Sovrappeso e obesità progrediscono di pari passo con la perdita di autonomia. Nella fascia d’età compresa tra 65-74 anni in Italia il sovrappeso ha una prevalenza del 46.4% e l’obesità del 15,8 (dati Istat). Si parla di malnutrizione sia per eccesso che per difetto. Centrale è il ruolo dei caregiver, cioè delle persone che assistono, che possono essere familiari, badanti, sanitari, addetti alla somministrazione del pasto nelle strutture. Tutti hanno il compito di sorvegliare e nel caso correggere le abitudini alimentari incongrue. Questo vale anche nelle RSA, le residenze che accolgono ospiti fragili come gli anziani. La conoscenza della fisiologia umana viene ora in soccorso dell’anziano, spesso alle prese con patologie croniche come diabete e ipertensione.

"A livello istituzionale abbiamo avviato varie collaborazioni – ha scritto Michela Barichella, presidente Brain and Malnutrition – rivolgendoci anche ad aziende di ristorazione che hanno realizzato progetti mirati sugli anziani, come avvenuto nel caso di Nutriage. Questo è un programma promosso da Elior che attraverso l’analisi delle grammature e altri parametri punta a servire porzioni corrette personalizzate e registra eventuali scostamenti dalla dieta su cui è necessario intervenire, se l’anziano mangia troppo o troppo poco".

"Come medico dietologo – ha scritto ancora Michela Barichella – sono convinta che la nutrizione sia uno dei fattori determinanti per conseguire un’aspettativa di vita in salute, riducendo l’incidenza delle disabilità legate all’invecchiamento".

Ma come salvare il piacere di mangiare quando, con l’età, il metabolismo rallenta e brucia meno calorie? Non è solo questione di chili di troppo. Mettersi a dieta influenza anche il nostro cervello, oltre che il metabolismo. Insomma, anche se le proposte di regimi alimentari per perdere peso o per stare meglio sono moltissime e il fai da te impazza, stare a dieta non è una cosa semplice, specialmente quando si avvicina l’età fatidica della pensione.

"L’organismo è un sistema complesso, ha un equilibrio difficile da mantenere, necessita di nutrienti, e qualunque regime troppo rigido può creargli più danni che vantaggi". Sono parole di Elena Meli, biologa con dottorato in farmacologia e tossicologia conseguito all’Università di Firenze, divulgatrice e redattrice scientifica di chiara fama. Nel suo ultimo libro "La dieta della salute. Cosa succede quando si cambia alimentazione", (edizione Microscopi Hoepli), passando in rassegna i diversi regimi alimentari, spiega i cambiamenti che provocano nell’organismo. Nel cervello di chi si mette a dieta e riesce a portarla avanti si intrecciano motivazioni, frustrazioni, desideri. Ma per arrivare a risultati concreti definitivi occorre scegliere una dieta che non sia punitiva. Quindi puntare sullo stile di vita e non solo sul cibo, modificando gli aspetti poco convincenti della dieta per evitare di subirla come una punizione. Ricordando anche alcuni punti fermi, come il fatto che i carboidrati non sono tutti uguali.

Di pari passo con la consapevolezza dei propri limiti e debolezze, presenti a tutte le età, secondo la dottoressa Meli, si rende necessario mantenere un rapporto sano con il cibo (allontanando ossessioni e rinunce alla socialità) scegliendo la varietà a tavola. Opportuno anche gestire lo stress, imparare ad allontanare le tentazioni, ad esempio tenendo lo sguardo alla larga dai cibi proibiti, e imparare a selezionare i giusti ingredienti, ricordando che l’obiettivo della dieta è lo stile di vita.

Alessandro Malpelo