di Olga Mugnaini

Da trattamento estetico a terapia personalizzata utile per curare molte patologie. Il peeling al viso è da sempre una delle soluzioni più gettonate per aiutare la pelle ad accelerare il rinnovo cellulare, recuperando così luminosità e morbidezza. Ma da ora in poi diventa anche una carta importante nel trattamento terapeutico di alcune delle condizioni più critiche per la cute. Dall’inglese “to peel”, letteralmente pelare, il peeling serve ad accelerare il rinnovamento cellulare attraverso l’uso di un agente chimico applicato sulla cute che, attraverso la rimozione delle cellule morte dello strato corneo, è in grado di stimolare il turnover cellulare e indurre una reazione infiammatoria a livello del derma. In questo modo, attiva la produzione di collagene e di sostanze fondamentali.

Sul piano estetico il peeling è un rimedio sicuro e poco invasivo, per attenuare in modalità soft rughe e antiestetiche macchie scure della pelle. I peeling si possono classificare in: molto superficiali, superficiali, medi e profondi, a seconda dello specifico strato cutaneo in cui vanno ad agire e degli effetti che si desidera ottenere. I primi due sono anche definiti peeling socializzanti perché consentono l’immediata ripresa delle attività lavorative e sociali. Si parla poi di peeling chimico quando si applicano acidi di diverse intensità, di peeling meccanico se si usano spazzole, cristalli o torni, e di peeling fisico, eseguito con laser.

In campo più propriamente medico, il peeling può diventare inoltre un’arma contro i danni da photoaging e da condizioni precancerose che possono trasformarsi in vere e proprie neoplasie cutanee. Fondamentale però è la scelta e il dosaggio delle sostanze attive da impiegare nei trattamenti. E quindi, per personalizzare i trattamenti servono dermatologi esperti. Guai quindi ai “fai da te“.

Le indicazioni da seguire per utilizzare il peeling chimico in maniera rinnovata sono state illustrate al 94° Congresso nazionale della Sidemast, società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse, svolto quest’anno in versione digital.

"Il fotoinvecchiamento, in inglese photoaging è un particolare stato d’invecchiamento cutaneo causato dal danno cronico provocato dai raggi ultravioletti e da esposizione al sole – spiega Nicola Zerbinati, professore in dermatologia Università di Varese –. Quest’ultima, oltre a sviluppare endorfine per la maggior parte di noi, può nel lungo periodo, indurre veri danni al Dna delle cellule della pelle che si sommano a quelli dell’invecchiamento biologico. Questa condizione oltre all’invecchiamento più rapido della pelle può portare anche condizioni precancerose. E ciò attraverso un’alterazione del collagene che porta alla formazione delle tanto odiate rughe accompagnate da perdita di elasticità, pelle secca e ruvida, presenza di capillari dilatati su guance, desquamazione, macchie solari".