di Lorella Bolelli

Se all’improvviso un ragazzo chiede di cambiare squadra di calcio, scuola o anche solo oratorio, il genitore non sottovaluti il segnale, anche se all’apparenza non c’è un problema di socializzazione a determinare la scelta. "Certo non è facile valutare un disagio, ma basta grattare un po’ sotto la superficie per capire che alla base esiste un problema di inadeguatezza". Gustavo Pietropolli Charmet (nella foto), 82 anni, guru della psichiatria e psicoterapia, fondatore nel 1985 dell’Istituto Minotauro di Milano dove tiene attualmente la cattedra di Psicoterapia dell’adolescenza e dirige il consultorio gratuito, in cinquant’anni di carriera (ha insegnato Psicologia dinamica alla Statale e alla Bicocca di Milano) ha visto cambiare il mondo sotto i suoi occhi. "Il mestiere di genitore è diventato indubbiamente più difficile perché sono cambiate le dinamiche intra-familiari".

Quali sono state le mutazioni più evidenti?

"La questione centrale di questo momento storico è verificare se esiste ancora una sensibilità del giovane al principio dell’autorità. Abolite le regole e i castighi, è stato posto al centro dell’educazione il concetto di buona relazione. Vince il modello buonista che dimentica i doveri e tiene basso il livello di conflittualità intergenerazionale".

Questo cosa implica?

"Che gli adulti ritengono che la quantità di dolore da irrogare ai figli debba tendere allo zero. E anche chi tenta di recuperare un po’ di severità fallisce perché ormai è entrato storicamente in crisi il patriarcato. Chi in casa rappresenta la legge e somministra i castighi in rapporto alle trasgressioni commesse non è più credibile".

Essere amici dei figli è quindi sbagliatissimo?

"Purtroppo i ragazzi oggi vengono cresciuti nella convinzione che la loro realizzazione debba reggersi sulla bellezza e il successo sociale. Così il timore più diffuso diventa quello di essere brutti, non cattivi. Il passo successivo è la ricerca spasmodica del cambio dei propri connotati o dimagrendo a dismisura fino all’anoressia o infliggendo al corpo ferite e tagli superficiali".

L’aiuto di un professionista su cosa interviene?

"Un tempo ci si rivolgeva allo psicologo perché dominavano i complessi edipici, più schematici di quelli narcisistici, ci si sentiva in colpa per aver trasgredito le leggi morali o religiose, i bambini venivani puniti e mortificati. Oggi ci si stende sul lettino perché delusi dalla propria immagine con il rischio incombente dei tre grandi flagelli contemporanei: il suicidio, l’anoressia e il ritiro dal mondo degli hikikomori".

Esistono ancora pregiudizi verso lo strizzacervelli?

"La diffidenza è diminuita e sono i genitori a chiedere inizialmente una consulenza per sapere come regolarsi di fronte a un insuccesso scolastico, alla mancanza di amicizie, alla noia che attanaglia i figli".

Su quali elementi fa leva il professionista per ristabilire l’equilibrio interrotto?

"È importante la valorizzazione narcisistica di ciò che è realmente importante e non degli ideali spesso fuori target dei genitori. Vanno ricostruiti i passaggi della crescita, esaminate le decisioni sbagliate e fatti riconoscere i limiti. Spesso dietro questo smodato culto dell’immagine, si nasconde la paura di non essere nessuno in una società che impone aspettative non soddisfabili".

Ma anche chi ce la fa spesso è vittima del male di vivere...

"Anche diventare famosi ha i suoi lati oscuri: si viene attaccati da tutte le parti, si scatenano invidie e maldicenze. In un mondo, peraltro, il cui futuro è imperscrutabile".