Un reparto Covid (Ansa)
Un reparto Covid (Ansa)

Roma, 8 aprile 2021 - Stanno suscitando grande interesse nel mondo le indiscrezioni su uno studio pubblicato su Nature secondo il quale un comune farmaco antiparassitario, niclosamide, impiegato da più di mezzo secolo per le infezioni intestinali, sarebbe in grado di bloccare il meccanismo che danneggia l'apparato respiratorio nella sindrome da Covid-19. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori di King's College London, con l'Università di Trieste e il Centro di Ingegneria Genetica e Biotecnologie (Icgeb) del capoluogo friulano, che permette al farmaco di bloccare una tappa specifica del processo mediante il quale la proteina Spike del virus Sars-CoV-2 si aggancia alla parete delle cellule degli epiteli respiratori, prime vie aeree e alveoli polmonari, per poi lanciare l'attacco. L'identificazione del principio attivo da impiegare nella terapia anti-Covid è venuta da uno screening di laboratorio eseguito su oltre 3.000 farmaci già approvati con indicazioni indicazioni di tipo diverso.

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La niclosamide in passato veniva utilizzata per scacciare la tenia solium, alias verme solitario, un parassita intestinale tra i più ostinati, duro da rimuovere. Questo farmaco, riferisce lo studio su Nature, inibisce una specifica famiglia di proteine cellulari (denominate TMEM16) che vengono attivate dallo Spike, impedisce la fusione delle cellule e blocca anche la replicazione del virus. Sulla base di questi risultati, una sperimentazione clinica su 120 pazienti è già partita in India. “Questa ricerca è importante - osserva Mauro Giacca, professore universitario responsabile del Laboratorio di medicina molecolare dell'Icgeb di Trieste - anche perché sposta l'attenzione dal tentativo di bloccare la moltiplicazione del virus, come finora hanno cercato di fare con alcuni farmaci, a quello di fermare il danno causato all'organismo dalle cellule infettate. Sono sempre più convinto - conclude - che Covid-19 sia una malattia causata non dalla semplice distruzione delle cellule infettate dal virus, ma dalla persistenza di queste cellule nell'organismo per periodi lunghi di tempo. Le osservazioni sugli effetti della niclosamide potrebbero rivelarsi utili anche ai fini del trattamento del cosiddetto Covid lungo (long-Covid), un cruccio per molti convalescenti che riferiscono grandi difficoltà a recuperare le forze dopo la malattia”. L'interruttore sul quale niclosamide riesce a fare leva entra in gioco anche per quanto riguarda l'attivazione delle piastrine e potrebbe quindi spiegare perché il 70% dei pazienti con Covid-19 grave sviluppa una trombosi.

In novembre, in un articolo pubblicato su Lancet eBioMedicine, lo stesso gruppo di ricerca descriveva le condizioni dei polmoni dei soggetti morti per Covid-19, nei quali, oltre a mostrare un danno esteso e la presenza di coaguli che bloccano la circolazione del sangue, si può osservare un vasto numero di cellule aberranti infettate dal virus, anche dopo 30-40 giorni dal ricovero in ospedale.

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