Il genetista Bruno Dallapiccola
Il genetista Bruno Dallapiccola

Roma, 28 febbraio 2021 - Nella ricorrenza della Giornata Mondiale delle Malattie Rare che si celebra oggi Bruno Dallapiccola, genetista di fama internazionale, direttore scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, delinea il futuro della medicina in questo settore. In media il 3% dei neonati è portatore di una patologia genetica, una soglia al di sotto della quale è difficile scendere. L’età avanzata della madre incide nelle malattie cromosomiche, quella del padre per altro tipo di mutazioni. Fortunatamente negli ultimi anni le terapie hanno fatto passi da gigante. C'è ottimismo tra gli addetti ai lavori, per le novità che gravitano attorno al tema. “Nell'85-90% dei casi – spiega il professor Dallapiccola –  le malattie rare sono genetiche, e in questo momento assistiamo a una rivoluzione. Oggi ad esempio possiamo ottenere analisi genomiche a bassissimi costi, in tempi rapidi”. Amniocentesi e villocentesi cedono il passo all'analisi del Dna fetale..

Fare l'analisi genomica che cosa vuol dire?
“Significa affrontare un primo tema critico delle malattie rare, che è la difficoltà di arrivare alla diagnosi. Abbiamo pazienti che arrivano senza diagnosi, o che giungono alla nostra osservazione con diagnosi iniziali sbagliate. Sfruttando la genomica oggi si possono spiegare cose che prima facevamo fatica a comprendere. Per dare l'idea, all'Ospedale Bambino Gesù di Roma circa il 40% della casistica arriva con disabilità mentale, sindromi dismorfiche senza diagnosi, e noi arriviamo a dare un nome alla malattia nel 50-60% delle volte semplicemente facendo l'analisi della parte codificata del genoma". 

Come si arriva a dare il nome a una malattia rara?
"Disponiamo di tecniche innovative per l'analisi completa del genoma e abbiamo indagini funzionali che ci permettono di ricavare ulteriori informazioni. Possiamo dire orgogliosamente che con le conoscenze attuali della genetica e della genomica possiamo arrivare a una diagnosi nel 70% dei casi, è un successo, queste diagnosi una volta non riuscivamo a ottenerle”.

E il passo successivo?
“Nel campo delle malattie rare l'aspetto più importante, quello che interessa una volta ottenuta la diagnosi, è cosa facciamo. La presa in carico sta migliorando, nel senso che sviluppare trattamenti specifici nei malati è cosa relativamente complicata. Siamo entrati finalmente nell'era della medicina di precisione, basti pensare alle malattie per le quali mancavano le risposte, come la fibrosi cistica. Quando ero giovane medico, la fibrosi cistica aveva una aspettativa di vita di 15 anni, poi abbiamo fatto passi avanti, siamo arrivati a 40 anni, e senza mai fermarsi ci sono stati ulteriori progressi”.

A che punto siamo, come terapie?
“Nella fibrosi cistica abbiamo a disposizione molecole che permettono di ricostituire la funzione del canale ionico del cloro, alterato in questi pazienti, di consentire a tante persone di convivere con la malattia in maniera pressoché normale. Pensiamo poi, sempre parlando di trattamenti, a cosa è capitato nell'anemia mediterranea". 

Una malattia del sangue tristemente nota, è cambiato il modo di affrontarla?
"Anche questo è un ricordo della mia giovane esperienza di medico nel Ferrarese, dove c'era una grossa concentrazione di talassemia, la malattia di Cooley, detta talassemia major. C'erano bambini che morivano attorno ai 15 anni, poi è migliorata la terapia trasfusionale, migliorata la terapia chelante del ferro, sono arrivati i primi trapianti, è venuta fuori la terapia genica, adesso addirittura il gene editing, attiviamo geni che sono funzionalmente spenti, e i pazienti guariscono. Parlando di malattie rare potrei poi continuare citando l'atrofia muscolare spinale (sindrome nota come Sma, ndr)”.

Che cosa succede nella Sma e nelle sofferenze di tipo neuronale?
“Nella forma letale di atrofia muscolare spinale, che porta a morte nel primo anno di vita, oggi interveniamo con le punture, che ci assicurano una qualità di vita praticamente prossima alla norma, purché l'intervento venga fatto precocemente. Altro capitolo quello delle malattie neurodegenerative del cervello, leucodistrofie, adrenoleucodistrofie, che possono portare progressivamente a una vita puramente vegetativa, ma se riconosciute per tempo, trattate con programmi di terapia genica, oggi restituiscono al soggetto una vita normale". 

Oltre ai farmaci che cosa abbiamo?
"Parlare di medicina di precisione nelle malattie rare significa affrontare anche il capitolo interventi chirurgici. Pensiamo a cosa possiamo fare oggi con le stampanti 3D negli interventi neurochirurgici più sofisticati, con gli impianti di elettrodi riesci a cambiare la vita di pazienti con miotonie, disturbi che nemmeno consentono ai soggetti di camminare. Quindi, voglio dire, c'è la luce in fondo al tunnel”.

Quali sono le difficoltà, le ferite ancora aperte?
“Esistono settemila malattie rare, se non di più, e soltanto il 5% di queste malattie hanno una cura valida risolutiva, anche se poi di trattamenti ne esistono per tante altre di queste. Dobbiamo sapere che abbiamo dei limiti, il 12% delle malattie rare sono congenite, di queste il 40% esordisce nei primi due anni di vita, il 60% sono forme pediatriche, malattie sostanzialmente croniche.Tanti difetti nei meccanismi molecolari aspettano ancora di essere compresi e curati”.

Però qualcosa sta cambiando.
“Certamente l'elenco delle malattie trattabili, nelle quali possiamo cambiare la storia naturale con una terapia, si allunga di giorno in giorno. L'ottimismo è dovuto ai progressi della genomica degli ultimi anni, la comprensione delle basi biologiche delle malattie migliora. Fare medicina di precisione significa trovare i bersagli, trattare gli effetti di quel difetto molecolare. Quindi l'ottimismo è giustificato, anche se ci vuole tempo per ottenere risultati, e purtroppo li vediamo solo in una percentuale di pazienti. Noi li vorremmo salvare tutti, tanto è vero che ci interessiamo di malattie rarissime”.

Cosa resta da capire nel campo delle malattie rare?
“Una cosa forse poco nota, diciamo di tipo epidemiologico, è che l'85% delle 7mila malattie rare oggi note hanno una frequenza inferiore a un caso per milione di individui, praticamente siamo in presenza di condizioni ultra rare. Non è che questo ci scoraggi, perché un paziente è un valore comunque sia, e in quanto medici ci sentiamo obbligati a trovare delle soluzioni, però un'informazione che può essere utile è che 150 malattie rare, le più comuni, spiegano l'85% dei sintomi dei malati rari. Motivo per cui dobbiamo insegnare ai medici a sospettare queste 150 malattie rare più comuni, senza dimenticare le altre. Dobbiamo promuovere nei medici la cultura del dubbio, in modo che i casi sospetti vengano inviati a quella rete meravigliosa di specialisti che abbiamo creato in Italia. Perché ci piangiamo addosso, ma teniamo presente che l'Italia ha una delle reti capillari migliori per la presa in carico dei malati rari”.