Niente fai da te. È questa la regola principe per chi deve fare i conti con l’ipertensione e che controlla i valori con i farmaci indicati dal medico. Non c’è nulla di più sbagliato che fare “vacanza” dalle terapie prescritte, magari perché il clima si è fatto più caldo, così come è fondamentale l’aderenza alle cure. Purtroppo questo secondo obiettivo, che pure rappresenta l’optimum per controllare i possibili rischi legati a quel killer silenzioso che è l’ipertensione, appare difficile da raggiungere. Stando ai dati recentemente resi noti dal Ciat (Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia), pare che il rapporto tra ipertesi d’Italia e cure non sia proprio ottimale. Solo poco più della metà dei pazienti, siamo intorno al 57 per cento, segue regolarmente le prescrizioni del curante. Proprio il medico, in ogni modo, ha il compito di valutare se per controllare i valori pressori sono necessari farmaci e quali terapie adottare, magari anche combinando principi attivi diversi tra di loro. Anche se si parla sempre di terapie antiipertensive, infatti, non tutti i medicinali agiscono allo stesso modo. In base alle caratteristiche della persona, alla presenza di altre eventuali patologie e al meccanismo d’azione specifico dei medicinali, quindi, si può puntare su un meccanismo o su un altro. O ancora, come spesso accade, sulla combinazione di composti diversi che favoriscono l’abbassamento pressorio, quando è necessario avere un’azione integrata. Ma andiamo con ordine, facendo qualche esempio e partendo dai cosiddetti diuretici che hanno l’obiettivo di migliorare la capacità dell’organismo di eliminare il sodio e i liquidi che possono essere in eccesso e contribuiscono ad aumentare la pressione.

Si tratta di medicinali che andrebbero sempre impiegati con attenzione in chi soffre di diabete, in chi ha valori elevati dei grassi nel sangue e in chi soffre di gotta e possono avere effetti che in qualche modo non sono graditi e vanno monitorati, come un calo dei livelli di sodio e potassio nel sangue ed una leggera astenia. Completamente diverso è il meccanismo d’azione dei beta-bloccanti, che vanno ad agire su specifici recettori che sono presenti non solo sui vasi, ma anche in altre aree dell’organismo. In pratica, questi recettori sono un “capolinea” dell’azione delle catecolamine. Questo spiega perché i farmaci di questa classe non andrebbero assunti da chi soffre di asma bronchiale ed altri problemi, come l’insufficienza cardiaca.

Nei trattamenti a lungo termine possono comportare una sensazione di freddo a mani e piedi, la difficoltà a sopportare gli sforzi fisici intensi e anche problemi per chi soffre d’insonnia. Gli Ace-inibitori agiscono invece su un sistema di controllo della pressione a livello dei reni. Non andrebbero assunti quando le arterie renali sono eccessivamente “strette” e possono creare ipotensione ortostatica, con calo pressorio quando si sta in piedi e tosse secca. Gli antagonisti dell’Angiotensina II agiscono su recettori di questo composto che ha un ruolo nella regolazione della pressione: sono molto maneggevoli e, a differenza degli Ace-inibitori, non danno la tosse secca come effetto collaterale. I calcio-antagonisti, infine, agiscono sui canali del calcio delle cellule muscolari, e quindi anche sul cuore. Per questo vengono impiegati anche in chi soffre di angina pectoris. Per le controindicazioni, in ogni caso, rivolgetevi sempre al medico.