Milano, 23 febbraio 2020 - Non ci sono più dubbi: l’anziano che sente poco e male, tende a isolarsi socialmente, così la solitudine e l’apatia aumentano il rischio del suo declino mentale. Chi sente poco, partecipa poco e parla ancora meno. La carenza di stimoli sonori crea una pericolosa barriera attorno alla persona che soffre di ipoacusia, facendole addirittura perdere il contatto con la realtà. In pratica chi a 60 anni sente meno del normale, ha una probabilità 6 o 7 volte maggiore di sviluppare declino cognitivo rispetto a un coetaneo con udito buono.

L’ipoacusia ingravescente e grave determina, infatti, possibili conseguenze negative sul funzionamento cerebrale, incidendo fortemente sull’equilibrio psicofisico e sulla mobilità della persona e provocando, se trascurata nel tempo, declino cognitivo e demenza. Ecco quindi che emerge evidente l’importanza di diagnosticare e curare precocemente qualunque carenza di udito per non sommare al problema dell’isolamento acustico, quello del calo della performance intellettiva.

Sono numerosi gli studi che hanno evidenziato la correlazione tra l’ipoacusia e il declino cognitivo. È emerso, per esempio dalle ricerche del dipartimento diretto da Frank Lin alla Johns Hopkins University (Usa). E in Italia, a risultati analoghi è arrivato lo studio Great Age, coordinato da Giancarlo Logroscino, in Puglia. Ma non solo. Pensate che una recente nota pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet ha messo l’ipoacusia tra i principali nove fattori di rischio per il declino cognitivo.

Udito e cervello, quindi, hanno un legame molto stretto. Secondo gli specialisti della Società italiana di audiologia e foniatria, il calo di udito si associa anche alla riduzione del numero di diramazioni dei neuroni. Meno collegamenti neuronali significa, in definitiva, meno interazioni: neuroni che ‘parlano’ di meno fra loro. «L’udito non coinvolge solo un pezzetto del cervello – dichiarano gli esperti –. L’esposizione ai suoni non ‘accende’ solo la corteccia uditiva localizzata nel lobo temporale, ma si riverbera in aree cerebrali diverse e distanti, contribuendo a un’attivazione funzionale generalizzata del cervello. È accertato, infatti, che una semplice parola sentita dall’orecchio e arrivata come segnale ai neuroni della corteccia uditiva, mette in moto anche le aree cerebrali preposte alla comprensione semantica e cognitiva».

Peraltro l’ipoacusia, oltre a isolare l’individuo, aumenta anche l’impegno che la persona deve applicare all’ascolto. Uno sforzo mentale che va a discapito dell’apprendimento percettivo e aumenta la possibilità di distrazione. Un affaticamento per il cervello che riduce le risorse cognitive.

Oggi, le protesi acustiche rappresentano la soluzione offerta dal mercato. Sono strumenti digitali miniaturizzati pressoché invisibili. E offrono modelli personalizzabili e adattabili pressoché a tutti.

La prima cosa da fare è rivolgersi all’otorino che eseguirà una visita accurata per valutare la capacità uditiva mediante un esame fisico, audiometrico tonale e vocale. Le protesi acustiche sono utili in caso di sordità da lieve a medio-grave, mentre le protesi impiantatili e cocleari vengono impiegate in caso di sordità grave o profonda.

In età pediatrica, la principale causa di ipoacusia sono le otiti catarrali che solitamente richiedono una terapia medica e solo raramente chirurgica. Due-tre bambini su mille, invece, presentano ipoacusia neurosensoriale che potrebbe interferire con lo sviluppo del linguaggio. In questi casi le protesi acustiche (o gli impianti cocleari) sono da adottare il più presto possibile per evitare ricadute negative sullo sviluppo evolutivo del bambino.