«Abbiamo cullato il Coronavirus per isolarlo». Un annuncio tutto al femminile quello di Concetta Castilletti, una delle ricercatrici dell’Istituto Nazionale Malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma che, con le colleghe Maria Rosaria Capobianchi e Francesca Colavita, è riuscita nell’intento lo scorso 2 febbraio. Ma cosa significa da un punto di vista scientifico isolare un virus? Vuol dire riuscire a farlo crescere in laboratorio per moltiplicarlo e avere la possibilità di mettere a punto test diagnostici, con grande attenzione allo studio del sistema immunitario e la risposta delle singole cellule alle infezioni.

Il team ’rosa’ dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani’, a meno di 48 ore dalla diagnosi di positività per i primi due pazienti in Italia, cioè la coppia di cinesi ricoverata a Roma, ha così isolato qualche settimana fa l’agente patogeno responsabile dell’infezione. Un passaggio fondamentale per perfezionare i metodi diagnostici esistenti ed allestirne di nuovi. La sequenza genetica parziale del Covid–19, così è stato denominato il virus, è stata depositata dagli studiosi italiani nel database GenBank, a disposizione della comunità scientifica internazionale.

Una disponibilità che permette di studiare il meccanismo della malattia, per lo sviluppo di cure e la messa a punto del vaccino. Anche se la profilassi sembra ancora lontana. ««Quella dei vaccini è una ricerca complessa, un lavoro delicato – aveva subito spiegato al Quotidiano Nazionale Castilletti, biologa specializzata in microbiologia e virologia –. Occorrono studi accurati, visto che poi vanno somministrati alla popolazione. Ci vorranno mesi. Disporre della sequenza di un virus significa usarlo non solo per cercare anticorpi specifici ma anche per capire come risponde il sistema immunitario del paziente».

Prima che allo Spallanzani, l’isolamento del Coronavirus era stto portato a termine anche in Cina, Francia, Giappone e Australia, con una tecnica sostanzialmente identica da quella usata dai ricercatori nella Capitale. «I colleghi stranieri – ha chiarito la ricercatrice – hanno usato le stesse cellule. L’isolamento è un metodo utilizzato solo da alcuni laboratori altamente specializzati come il nostro, che lavorano per avere il virus a disposizione per poterlo studiare e sviluppare nuove tecniche di cura. In concreto, si prende un campione positivo al virus, si prepara e si mette in cultura sulle cellule vive, sperando di ottenere un effetto citopatico, indice della presenza di virus. Noi siamo riusciti a farlo crescere in vitro, quindi a propagarlo. Continuiamo a seguirlo per aumentarne la quantità e poterlo utilizzare per giungere alla messa a punto, tra l’altro, di test sierologici».

La ricerca ha impegnato tutto il laboratorio di virologia dello Spallanzani, ma Concetta Castilletti e Francesca Colavita hanno seguito in particolare i passaggi legati all’isolamento.

«Abbiamo coccolato le cellule, bisogna volere loro bene – ha scherzato Castilletti, nell’illustrare un risultato che ha richiesto grande costanza e impegno –. Bisogna capire quando stanno male, se hanno bisogno di un cambio di terreno». Il laboratorio dell’Istituto romano, considerato un’eccellenza italiana, è aperto giorno e notte. «Facciamo turni e non stacchiamo mai – ha sottolineato –. In Italia ci sono solo due o tre laboratori come il nostro. Ho la fortuna di lavorare in un istituto monospecialistico straordinario e con un bel gruppo».