Professor Claudio Borghi, in Italia il numero delle persone con la pressione alta è stabile o continua a salire?

"I pazienti ipertesi aumentano per il progressivo incremento dell’età media della popolazione e della crescita di altri fattori di rischio come obesità e sovrappeso, ingestione di sale e di cibi confezionati e, probabilmente, stress e inquinamento ambientale. Sulla base delle statistiche ufficiali – risponde il direttore del Centro di eccellenza europeo per l’ipertensione arteriosa e responsabile di una Medicina interna del Sant’Orsola-Malpighi di Bologna –, la prevalenza di ipertensione nei Paesi più industrializzati è cresciuta dal 37 al 41% che vuole dire, in termini assoluti, passare da circa 980 milioni di pazienti a oltre 1 miliardo e mezzo. In Italia le cifre corrispondenti sono da circa 18 milioni di pazienti a oltre 20 milioni".

Manca un’informazione adeguata?

"Sì, ma è un tema che non coinvolge una figura sanitaria in particolare, ma l’eccessiva semplificazione del concetto di malattia. L’ informazione circolante fa immaginare una condizione caratterizzata da un valore misurabile, che può essere ridotto dalla terapia e la cui correzione previene le principali complicanze cardiovascolari come infarto e ictus. Questa è la teoria, ma la sua applicazione pratica richiede una maggiore efficienza".

Servirebbe, quindi, un approccio diverso?

"Sarebbe necessaria l’attivazione di scelte operative incentrate su una chiara politica di educazione, che oggi ancora non si vede, e i risultati degli sforzi sono solo parziali, con un controllo adeguato della pressione inferiore al 50% dei pazienti trattati e conseguentemente un numero elevato di eventi cardiovascolari che potrebbero essere facilmente prevenuti".

La Società internazionale dell’ipertensione ha pubblicato le nuove linee guida, a cui lei ha collaborato. Quali sono le novità?

"Il lavoro è stato diffuso all’inizio di maggio, in piena pandemia da Covid-19. Per la prima volta vengono proposte soluzioni adeguate per popolazioni con diversi livelli di risorse sanitarie, distinguendo per ogni passo indispensabile nella gestione della ipertensione soluzioni ’essenziali’, quindi corrette, ma a basso costo, come gli interventi sullo stile di vita, e ’ottimali che sommano alle precedenti indagini più complesse come il monitoraggio della pressione delle 24 ore e la valutazione ecocardiografica".

Qual è stato il suo contributo?

"Il mio apporto a queste linee guida si è articolato nella preparazione di due capitoli. Il primo è dedicato all’approccio e al trattamento dei fattori di rischio cardiovascolari che si associano alla ipertensione, come diabete, dislipidemia e sindrome metabolica, mentre il secondo verte sulle co-morbidità cliniche che si osservano nei pazienti ipertesi, da quelle più comuni, come l’insufficienza renale, a quelle di identificazione più recente come artrite reumatoide, broncopneumopatie croniche e malattie psichiatriche che forniscono soluzioni per un numero elevato di pazienti che, ad oggi, erano esclusi dalle linee guida disponibili".

D’ora in poi che cosa cambierà per la popolazione con le nuove pubblicazioni?

"Il cambiamento maggiore sarà una maggiore uniformità nella attuazione di strategie diagnostiche e terapeutiche nella popolazione ipertesa, con conseguente migliore controllo della pressione arteriosa e delle sue complicanze a livello mondiale. Inoltre, è stata anche definita una possibile strategie di crescita progressiva nella qualità del trattamento dell’ipertensione, senza discriminazioni e rispettose delle risorse disponibili e della diversa tipologia di pazienti".