COLPISCE una persona ogni 2000-5000. Basta leggere l’ampiezza di questa forbice, descritta in base ai dati statistici da Andrea Doria, Direttore della Reumatologia dell’Ospedale di Padova, per capire la complessità del Lupus Eritematoso Sistemico o LES. In Europa la prevalenza è di circa 15-50 casi ogni 100.000 abitanti, mentre l’incidenza va da 2 a 8 casi per 100.000.

Si tratta di una patologia di genere. La frequenza è maggiore nel sesso femminile, con un rapporto di 9 a 1. Il rapporto si riduce però a 2 a 1 nei bambini (circa il 20 per cento dei casi si manifesta in età pediatrica) e in età postmenopausale, a conferma del ruolo dei fattori ormonali nello sviluppo della malattia. Anche per questo, l’esordio della malattia è più frequente tra i 15 e i 44 anni. La patologia tende a interessare soprattutto articolazioni e pelle, ma è in grado di creare potenzialmente problemi anche a cuore, reni, polmoni e altro. E’ questo l’identikit del Lupus Eritematoso Sistemico o Les.

OLTRE ALLA predisposizione genetica, anche stimoli ambientali come infezioni virali, raggi Ultravioletti, sostanze tossiche, steroidi sessuali, prolattina, possono agire da fattori scatenanti per le anomalie immunitarie alla base della patologia. Il risultato è che ad un certo punto si producono “autoanticorpi” che si scatenano, sbagliando, contro strutture stesse dell’organismo favorendo la comparsa di infiammazione.

La patologia va riconosciuta per tempo per poi pensare alla terapia. «Su questo fronte, nelle situazioni più complesse è disponibile un anticorpo monoclonale, l’unico per questa patologia – precisa Doria –. Oggi è disponibile in una nuova, possibile via di somministrazione con una semplice iniezione sottocutanea settimanale e non solo attraverso un ricovero in day-hospital durante il quale viene somministrato il medicinale attraverso un’iniezione endovenosa mensile».

f.m.