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Infarto, la mortalità si riduce con interventi mirati

Al congresso dei cardiologi ospedalieri Anmco si discute di strategie dopo la dimissione e abbattimento dei livelli di colesterolo

19/05/2024

Le tecniche di rivascolarizzazione, come l’angioplastica, hanno permesso di dimezzare la mortalità entro i primi 30 giorni, riducendola dal precedente 15%, tuttavia la mortalità fuori dall’ospedale, nel post-infarto, deve essere ulteriormente migliorata, occorre seguire in maniera scrupolosa i pazienti anche dopo la dimissione, garantire la continuità delle terapie e della riabilitazione cardiologica. Ogni anno in Italia si verificano in media 140mila nuovi casi di infarto acuto del miocardio. I dati mostrano che la prognosi varia a seconda del momento, del luogo e delle modalità di trattamento. Oltre 25mila persone colpite da infarto muoiono prima di raggiungere l’ospedale. L’8% dei pazienti muore entro 30 giorni dalla dimissione dall’ospedale, mentre l’8-10% muore entro un anno.

 

Un progetto formativo per valutare la pratica clinica e l’appropriatezza delle procedure nella gestione dei pazienti infartuati è stato presentato al congresso dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (Anmco) a Rimini. Questa iniziativa mira a ridurre le conseguenze degli eventi acuti durante e dopo il ricovero, fornendo linee guida basate su evidenze scientifiche, ha richiesto un approccio multidisciplinare che interessava la prevenzione, il trattamento tempestivo e la continuità tra ospedale e territorio.

 

“Il congresso nazionale – ha dichiarato Fabrizio Oliva, presidente Anmco e direttore Cardiologia 1 Ospedale Niguarda di Milano – è l’appuntamento più atteso nel panorama scientifico della cardiologia italiana che ha un ruolo sempre più centrale e attivo all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. Noi siamo positivamente colpiti dai dati di audit clinico che ha verificato l’operato di un cospicuo numero di strutture e operatori sanitari, con un’attenzione particolare alla prevenzione secondaria dei pazienti con infarto miocardico acuto. Intervenire, laddove si presentino punti di debolezza nella presa in carico e assistenza di questi pazienti, per migliorare le cure e ridurre la mortalità, è un nostro preciso dovere”.

 

“Dai dati raccolti – ha dichiarato Furio Colivicchi, past president Anmco – emerge che tra i pazienti gestiti in ospedale per un episodio infartuale un quarto aveva già riportato un infarto in precedenza, il 35% è fumatore, il 95% viene sottoposto a coronarografia durante il ricovero e l’85% ad angioplastica per riaprire la coronaria responsabile dell’infarto. Oltre il 40% dei pazienti ricoverati per infarto è già in trattamento con statine, e il 6% ha una qualche forma di intolleranza alle statine”.

 

L’intervento formativo, che ha coinvolto i professionisti 600 cardiologi di 50 centri dislocati nelle diverse regioni italiane, è risultato efficace in termini di miglioramento dell’impiego delle diverse opzioni terapeutiche disponibili per la gestione dell’ipercolesterolemia. Un numero variabile di soggetti, dall’11 al 18% dei pazienti dimessi dopo un infarto, ha assunto gli anticorpi monoclonali anti Pcsk 9, mentre dal 60 al 70% ha impiegato la terapia di combinazione statina-ezetimibe, entrambi utili per la riduzione del colesterolo.

 

“I risultati ottenuti – ha aggiunto Colivicchi – dimostrano l’efficacia dell’audit clinico come strumento che può favorire il cambiamento e il miglioramento della pratica clinica ed evidenziano il forte impegno della cardiologia ospedaliera italiana nei confronti dei pazienti con infarto per garantire loro trattamenti ottimali, ridurre le recidive, abbattere la mortalità e migliorare la qualità di vita”. Parte integrante di questo impegno è la costruzione della continuità assistenziale ospedale-territorio.

 

L’approfondimento continua. L’esperto risponde

 

“Questo progetto – ha aggiunto in conclusione il presidente Anmco, Fabrizio Oliva – contribuirà a rendere più sicura ed efficace la terapia in presenza di patologie cardiache, riducendo notevolmente il rischio cardiovascolare globale”.

 

Un dolore improvviso

L’Infarto miocardico acuto è un evento improvviso che si verifica a seguito dell’interruzione del flusso sanguigno diretto al cuore a causa di un restringimento o di una ostruzione di una o più arterie (coronarie). Occorre riconoscere i sintomi, che all’inizio potrebbero trarre in inganno, e si deve intervenire rapidamente in ospedale per ripristinare la circolazione del sangue verso la porzione del muscolo cardiaco coinvolta, che altrimenti viene danneggiata dalla mancanza di ossigeno e va incontro a morte per necrosi dei tessuti.

La causa principale di infarto è l’aterosclerosi, processo patologico progressivo dovuto ad accumulo di materiale lipidico (grasso) sulle pareti delle arterie coronarie, che nel tempo porta alla formazione delle cosiddette placche ateromatose. Una placca può rompersi all’improvviso con successiva formazione di un coagulo, che può crescere fino ad occludere completamente il vaso arterioso.

 

Guarda i nostri video, dal congresso di cardiologia di Rimini

 

Segni premonitori

L’infarto miocardico acuto può essere annunciato da campanelli d’allarme quali: dolore costrittivo e violento al centro del petto, senso di pesante oppressione oppure dolore bruciante che può irradiarsi alla mascella, alle spalle, alle mani o alla schiena, accompagnato da sudorazione fredda, affanno, debolezza o senso di svenimento. Nelle donne possono manifestarsi anche vertigini/capogiri, dolore addominale, senso di stordimento.

 

Fattori di rischio

I fattori di rischio possono essere non modificabili, come età (con l’avanzare degli anni il rischio di infarto aumenta), sesso (in età giovanile-adulta l’infarto è più frequente negli uomini, dopo la menopausa, il rischio si equipara tra i due sessi) e familiarità.
Fattori di rischio modificabili sono invece stile di vita sedentario e fumo di tabacco, alimentazione ipercalorica e ricca di grassi e carboidrati, sovrappeso e obesità, colesterolo alto (ipercolesterolemia), ipertensione (che comporta un superlavoro del cuore), diabete (che danneggia arterie e rene).

 

Accertamenti

L’impegno del medico si esprime su più fronti, da un lato raccoglie l’anamnesi, a partire dalla storia familiare e clinica del paziente, seguita da esami di laboratorio e indagini strumentali

  • analisi del sangue per valutare i marker specifici di necrosi del miocardio, in particolare lo sviluppo di troponine, CK o CK-MB, che vanno ripetute più volte nel tempo;
  • elettrocardiogramma (ECG) che segnala i cambiamenti delle onde elettriche del muscolo cardiaco ed eventuali aritmie (battiti anomali del cuore);
  • radiografia o diagnostica per immagini, ecocardiografia;
  • angiografia coronarica, che serve ad individuare le ostruzioni presenti nelle arterie coronarie e può essere seguita alla procedura di angioplastica, per ripristinare il flusso di sangue attraverso l’impianto di stenta.

 

Terapie

Le cure attuate in reparto intensivo dipendono dal tipo di infarto e dalla sua gravità e sono standardizzate da precise linee guida. L’intervento più importante è la rivascolarizzazione ovvero il ripristino e il mantenimento del flusso sanguigno nel più breve tempo possibile. Le terapie farmacologiche impiegate sono: trombolitici, acido acetilsalicilico, eparina, antidolorifici, nitroglicerina, beta-bloccanti, ipolipemizzanti, morfina, ACE-inibitori. Tra le procedure interventistiche, oltre all’angioplastica con stent coronarici, si ricorre nei casi più seri all’intervento di bypass coronarico.

 

Riabilitazione cardiologica

Dopo la dimissione, nel cosiddetto post infarto, il paziente deve adottare una serie di misure per evitare eventuali recidive: terapie ipolipemizzanti da assumere in maniera continuativa come prescritto dal cardiologo curante, per abbassare drasticamente i livelli di colesterolo. Controlli periodici, riabilitazione cardiologica, modificazione dello stile di vita, abolizione del fumo, attività fisica regolare e moderata, alimentazione sana. Oltre a ridurre il rischio di incorrere in un secondo evento ischemico, l’obiettivo di queste misure è migliorare la qualità della vita, favorendo un ritorno alla normalità, alla vita lavorativa e di relazione