di Maria Cristina Righi

In principio era il kiwi. Sostituito nel giro di qualche decennio dai frutti rossi (grazie soprattutto al guru degli antiossidanti, il medico americano Nicholas Perricone), poi superati dai funghi cinesi shiitake. E successivamente dalle bacche, come açai e goji. O di altri superfruit esotici come noni e mangostano.

Vengono tutti da lontano. Il goji appartiene alla famiglia delle Solanaceae come pomodori, patate e melanzane. Cresce spontaneamente sull’Himalaya, ma anche in Cina e in Tibet. Pare che gli abitanti di quella regione, grandi consumatori delle bacche, siano ultracentenari, non conoscano né cancro né diabete e non abbiano bisogno di antidepressivi. Il noni della Polinesia dovrebbe stimolare il sistema immunitario, alleviare i dolori e abbassare la pressione. Il mangostano, originario del sud-est asiatico, molto amato da Kate Moss, è noto come una bomba anti-age mentre l’açai, che ha Gisele Bündchen tra i fan, dovrebbe rallentare l’invecchiamento cellulare, moltiplicare le performance sportive e controllare il peso.

La tendenza a consumare quelli che sono stati definiti superfruit, si sviluppa inizialmente in Canada e negli Stati Uniti, grazie alla classificazione degli alimenti da parte del dipartimento dell’agricoltura degli USA in base alla loro capacità di assorbimento dei radicali liberi. E naturalmente, ai primi posti si trovano i superfruit, derivazione diretta dei superfood, gli alimenti dalla concentrazione di nutrienti particolarmente alta. Negli Stati Uniti ogni anno escono oltre diecimila nuovi prodotti a base di superfuit e la grande pubblicità ha fatto crescere in maniera esponenziale il consumo di frutta e verdura. "Tutti questi alimenti possiedono in effetti vitamine antiossidanti, come la C e la E, betacarotene e fibre – spiega Catherine Serfaty Lacrosniere, nutrizionista di Parigi, tra i primi a occuparsi di superfruit (in particolare del goji) nel suo libro ’I segreti dell’alimentazione anti-infiammatoria’ –. I lamponi contengono resveratrolo, il kiwi vitamina C, le bacche di goji carotenoidi e vitamina C e si parla di effetti benefici su certe forme tumorali".

I semi di chia, arrivati sulle tavole italiane dopo tutti gli altri superfruit, erano già utilizzati però ai tempi degli Aztechi: "Sono ricchissimi di omega3, ma anche di fibre e proteine – spiega la nutrizionista – Per questo danno un grande senso di sazietà. Possiedono anche vitamine del gruppo B, ma soprattutto una quantità non trascurabile di calcio e di ferro. Io consiglio di assumerli con l’acqua o con gli smoothies, o in insalata".

Se è vero che i superfruit contengono grandi quantità di antiossidanti, nello specifico esistono pochi studi scientifici in grado di mettere in relazione le proprietà di questi alimenti con i loro effetti sulla salute. "In ogni caso il modo migliore di consumo, quello che mantiene il più possibile intatte le qualità, è sempre il frutto fresco – spiega la nutrizionista francese –. Con il succo si perdono le fibre, mentre secco resta comunque significativo dal punto di vista nutrizionale".

Secondo Catherine Serfaty Lacrosniere non è possibile stilare una classifica dei superfruit, perché ognuno ha le sue proprietà specifiche: "E la lista si allunga, perché vanno aggiunti i mirtilli, il melograno, l’olivello spinoso, il ribes rosso – continua la nutrizionista – Poi si potrebbe sconfinare nel mondo delle spezie dalle proprietà anti-infiammatorie, come zenzero e curcuma. Già da molto tempo poi sono riconosciuti l’attività antibatterica e gli effetti antiage dei funghi cinesi shiitake, utilizzati anche nella prevenzione dei tumori grazie alla presenza del lentinano".