di Lorella Bolelli

La pandemia ha mostrato chiara l’importanza dei presidi territoriali per individuare precocemente i focolai e far da filtro per l’ospedalizzazione. La nuova facoltà di Medicina che aprirà in autunno a Treviso come spin off dell’Università di Padova che porta così a sei i suoi corsi, compreso quello in lingua inglese, ha come mission programmatica proprio quella di formare professionisti competenti per le patologie di livello medio e medio-superiore che emergono negli ambulatori di famiglia. "Fin dal 2006 - spiega il presidente della Scuola di Medicina, il chirurgo Stefano Merigliano (nella foto) che è anche responsabile dell’osservatorio regionale sulle scuole di specialità - vi funziona un nostro polo didattico per le professioni sanitarie, con 800 studenti tra infermieri, tecnici della riabilitazione, igienisti dentali. Inoltre mandiamo circa 30 frequentanti del triennio clinico a fare pratica nelle nostre strutture dislocate in quell’ospedale, da Medicina a Chirurgia Pediatrica e Otorinolaringoiatria. La novità è che, rispondendo alle sollecitazioni del Miur che ha riscontrato gravi carenze di camici bianchi, abbiamo avviato un intero ciclo unico per una sessantina di matricole, altrettanti docenti, 18 dei quali di riferimento unico per la sede in questione pagati dalla Regione Veneto, più professori a contratto".

Treviso si sta dotando di un nuovo ospedale che avrà anche aule e laboratori per le lauree brevi, ma non solo. E, nel frattempo, lo stretto contatto con l’Ordine provinciale dei medici, è testimoniato dalla disponibilità a fornire in prima battuta i locali per le lezioni. "Padova è il primo centro trapiantologico italiano, si occupa di malattie rare, di terapie molecolari e quindi ha una formazione orientata all’altissima specializzazione. Treviso deve diventare un riferimento di valore per le cure più normali, per le patologie di maggiore incidenza, quelle che necessitano di un occhio clinico. Il progressivo invecchiamento della popolazione ha bisogno di far tornare centrale il rapporto medico-paziente".

A causa dei tagli selvaggi al comparto che hanno di fatto paralizzato il turnover, il personale medico ha subito negli anni una contrazione che ha mostrato proprio in questi mesi tutta la drammaticità della situazione venutasi a creare. "Della coperta corta - continua Merigliano - hanno fatto le spese soprattutto la formazione e il reclutamento universitario-ospedaliero. E l’avvento della tecnologia non può dare adito a prassi che escludano il rapporto empatico con il paziente. Basti pensare all’esperienza Covid: i drammi peggiori si sono consumati proprio dove la territorialità ha mostrato più limiti".

L’altro imbuto in cui si arenano spesso anche i migliori ingegni è la specializzazione. "A Padova, per esempio, gli specializzandi in Anestesia sarebbero 45 ma le borse di studio non superano le 25. La Regione integra, ma il dramma è che il titolo guadagnato qui si può spendere anche in Francia, Germania o Inghilterra dove lo stipendio è molto più allettante e non ci sono restrizioni alla libera professione. E anche le infornate di ricercatori fatte una tantum sono deleterie per la qualità di chi viene inquadrato in maniera indiscriminata e senza selezione di vero merito".