Iacopo Olivotto: “I farmaci intelligenti sono una rivoluzione per il cuore”

"Con l’aiuto dei virus ’addomesticati’ è possibile trasferire nella cellula il gene sano, in modo che vada a rimpiazzare il gene malato"

19/09/2021 - di Ilaria Ulivelli

Siamo all’inizio di un decennio che per le malattie cardiologiche rappresenterà un’autentica rivoluzione, com’è stato il decennio scorso per i tumori. Sono arrivate e arriveranno nuove cure intelligenti, molecole capaci di andare a colpire specifici bersagli dentro le cellule, specializzate sulla malattia del paziente. Ne abbiamo parlato con Iacopo Olivotto, professore associato di Cardiologia all’Università di Firenze e responsabile della Unit Cardiomiopatie dell’azienda ospedaliero universitaria Careggi.

Professore, quali sono le nuove cure e perché rappresentano una rivoluzione per i cardiopatici?
“In questi ultimi anni sono state scoperte molecole di precisione in grado di contrastare il meccanismo basilare di molte patologie del muscolo cardiaco”.
Di quali molecole si tratta?
“In alcuni casi sono farmaci biologici, come i nuovi anti colesterolo che sono anticorpi monoclonali. Ma ora possiamo contare anche su altri approcci che agiscono su precisi bersagli cellulari”.
Come agiscono?
“Da un parte si tratta di ‘proiettili magici’, piccole molecole che contrastano lo sviluppo di cardiomiopatie, malattie genetiche che hanno ucciso numerosi sportivi, tra i quali i calciatori Morosini e Astori; dall’altra vediamo emergere i primi tentativi di terapia genica applicata in campo cardiologico in grado di correggere difetti genetici alla base di malattie rare, come la distrofia muscolare, che si associano a cardiopatie gravi”.
Qual è il meccanismo specifico attraverso il quale arrivano al bersaglio?
“Con l’aiuto dei virus ’addomesticati’ è possibile trasportare nella cellula il gene sano, in modo che vada a rimpiazzare il gene malato”.
Quindi con la tecnologia del virus messaggero.
“E’ un virus reso innocuo a trasportare l’informazione alla cellula. In cardiologia la terapia genica è arrivata molto più tardi rispetto ad altre branche della medicina per problemi tecnici legati alla fisiologia del cuore: le
cellule muscolari cardiache, infatti, non si riproducono”.
Ora qual è la sfida?
“C’è una doppia sfida. La prima: trovare investimenti per sviluppare farmaci sempre migliori, come solo da poco sta succedendo. La seconda, che non è da meno, riuscire a dimostrare che i farmaci funzionano, poter
eseguire studi clinici adeguati. Le autorità regolatorie richiedono dimostrazioni incontrovertibili della loro efficacia, anche perché si tratta di cure molto costose. Questo però è difficile in patologie rare e con decorso
molto lento, perché il miglioramento può richiedere tempi lunghi. Realizzare studi convincenti è una sfida nuova e decisiva per i pazienti con malattie cardiache rare”.
Quali sono i rischi se lo studio clinico non viene accettato dalle autorità regolatorie del farmaco?
“Se non ci sono appropriati studi clinici che ne dimostrino l’efficacia, si può arrivare al paradosso di aver sviluppato il farmaco perfetto per trattare la patologia ma di non poterlo somministrare”.
Ci sono novità anche sulla partecipazione dei pazienti agli studi clinici..
“Queste difficoltà hanno richiesto per la prima volta la partecipazione attiva e diretta dei pazienti alla pianificazione dei trial disegnati sulla base del loro profilo clinico. I pazienti ci hanno fatto capire il peso della malattia, l’incidenza sulla qualità della vita, permettendoci di sviluppare questionari specifici sinora inesistenti e sui quali stiamo lavorando”.
Il vostro centro ha sperimentato nuovi farmaci?
“Certamente. Abbiamo partecipato a trial sulla malattia di Fabry, la cardiomiopatia ipertrofica, l’amiloidosi cardiaca e la cardiomiopatia dilatativa. Recentemente siamo stati il principale centro per l’Europa in uno studio multicentrico internazionale su 250 pazienti per il trattamento della cardiomiopatia ipertrofica”.
Quali sono stati i risultati?
“Abbiamo studiato un inibitore della miosina cardiaca, che ha dimostrato di ridurre i sintomi e migliorare il flusso sanguigno nel cuore con un’efficacia precedentemente raggiunta solo attraverso un intervento chirurgico”.
Ma questi farmaci ’intelligenti’sono rivolti solamente a chi soffre di malattie rare?
“Le malattie rare sono una finestra aperta sul funzionamento del cuore, perché molto ben conosciute dal punto di vista fisiopatologico. In pratica sono modelli puri di malattia che consentono di identificare meccanismi
specifici e bersagli terapeutici estremamente nuovi, di potenziale interesse anche per patologie molto più diffuse nella popolazione”.
Può fare un esempio?
“Il farmaco da noi sperimentato per la cardiomiopatia ipertrofica riveste un grande interesse per un ampio sottogruppo di pazienti con scompenso cardiaco, in particolare in coloro che hanno la funzione sistolica preservata. Tale patologia rappresenta ad oggi una delle principali lacune terapeutiche della cardiologia: a tutt’oggi non sappiamo come trattarla. Molecole simili, in grado di agire sul muscolo scheletrico, sono allo studio per il trattamento di malattie neurologiche come l’atrofia spinale”.
Che cosa chiedono i vostri pazienti?
“La prima cosa: una diagnosi. Molti, con sintomi sfumati, non ne hanno mai avute. Al momento della diagnosi si sentono più forti, finalmente compresi. Vogliono sapere se possono avere figli e se e quanto rischiano di
trasmettere la malattia. Chiedono di avere un centro che possa rispondere alle loro domande. Per questo sono fondamentali
le associazioni dei pazienti, come Aicarm che provvedono a fare corretta informazione e a creare consapevolezza nella comunità”

 

I RISULTATI DI UNO STUDIO CONGIUNTO

Attività fisica personalizzata contro l’obesità anche per chi soffre di patologie cardiache

 

Un’altra novità sfata un vero e proprio tabù. Da sempre proibita ai soggetti cardiopatici per il timore di aritmie e morte improvvisa, ora l’attività sportiva – prescritta in modo personalizzato – è consigliata per promuovere un nuovo stile di vita ed evitare l’obesità, frequente proprio per lo scarso movimento. La novità emerge dal gruppo che con Iacopo Olivotto ne ha studiato gli effetti sui pazienti, composto da Flavio D’Ascenzi dell’Università di Siena, Silvia Favilli dell’azienda ospedaliero universitaria Meyer e Nicola Mochi dell’Asl Toscana centro. Una restrizione indiscriminata e sistematica per tutti i pazienti non è giustificata. Negli adulti con forme lievi è possibile consentire l’attività fisica dopo un’attenta valutazione del singolo caso e con opportune cautele, dopo aver verificato che non vi siano aritmie e che sia mantenuta una buona capacità funzionale del cuore.