di Francesca Franceschi

Paraguay, Kenya, Colombia e Algeria per poi far sempre ritorno a Pisa, città che vanta uno dei fiori all’occhiello nazionali del trattamento e la cura della labiopalatoschisi. È la missione del chirurgo Gian Luca Gatti, responsabile del Percorso Labiopalatoschisi dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, il centro di eccellenza che dona letteralmente un nuovo sorriso ai piccoli nati con malformazioni congenite della schisi. In Italia, infatti, ogni anno nascono circa 600 bambini affetti da labioschisi, la malformazione – nota più comunemente con il nome di labbro leporino – che si manifesta, nei casi più semplici, con la mancata saldatura delle parti che formano il labbro superiore e la gengiva e, nelle casistiche più gravi, coinvolgendo il palato.

La storia del trattamento di queste patologie ha origini antiche per la città della torre pendente che, fin dagli anni ’60, fa da apripista creando tecniche innovative che hanno portato la scuola pisana ad esser rinomata in tutto il mondo. Oggi il centro dell’Aoup realizza in media 230250 interventi l’anno e accoglie famiglie provenienti da tutto lo stivale offrendo un poliambulatorio multidisciplinare capace di guidare i piccoli pazienti in un percorso a 360 gradi. Ne parliamo col responsabile del centro, il chirurgo plastico Gian Luca Gatti.

Dottore, quando nella sua Massa frequentava il liceo classico già sapeva che da grande sarebbe diventato un chirurgo?

"Assolutamente no. Il penultimo anno di liceo mio padre fu coinvolto in un terribile incidente stradale che lo costrinse a trascorrere mesi in ospedale e a subìre molti interventi di ricostruzione facciale. Nei miei ricordi adolescenziali c’è mio papà che, oltre ad esser uscito illeso dallo scontro in autostrada, riacquista giorno dopo giorno parti del suo viso sfigurato. Grazie alle mani dei chirurghi plastici riesco a rivedere i tratti, le espressioni e il suo sorriso e così decido di iscrivermi alla facoltà di Medicina".

Fino ad arrivare al giorno in cui è stato lei a regalare nuovi sorrisi…

"Non è stata tutta una discesa. La storia del trattamento delle labiopalatoschisi a Pisa risale a fine anni 60 grazie al lavoro dei professori Santoni-Rugiu e Massei che, all’Università di Uppsala, avevano appreso le tecniche di Tord Skoog, luminare svedese della chirurgia plastica mondiale. Poi il mio maestro, il professor Alessandro Massei, ha dedicato tutta la vita allo studio di questa malformazione creando tecniche innovative che hanno portato la città ad essere un fiore all’occhiello nazionale. Pensi che nel 2010 il nostro ospedale, con 250-300 interventi annui, è diventato uno tra i primi centri italiani nel trattamento della patologia".

Qual è la peculiarità della scuola pisana?

"La periostioplastica, la tecnica ideata da Massei che, eseguita contestualmente alla cheiloplastica e alla rinoplastica a circa 3 mesi di vita del neonato, consente la produzione spontanea di osso nella sede della schisi ossea mascellare ed evita l’innesto osseo e, dunque, un ulteriore intervento in sala operatoria".

Come nasce il Percorso Labiopalatoschisi?

"Grazie all’impegno del direttore generale Carlo Tomassini, alle richieste dei genitori dei piccoli e alla volontà di un team di professionisti che hanno fin da subito capito la necessità di garantire alle famiglie un cammino guidato che scongiurasse smarrimenti dato che, fino alla maggiore età del paziente, sono necessari interventi chirurgici correttivi. Ma non solo".

Dica pure...

"Il punto di forza sono gli specialisti e i consulenti. Oltre a me e al chirurgo Alessandro Giacomina ci sono maxillo-facciali, anestesisti, infermieri, pediatri, neonatologi ma anche genetisti, psicologi, ortodontisti, otorinolaringoiatri e logopedisti in grado di trattare tutte le patologie correlate alla schisi. A cominciare da lievi problemi di fonazione e supporto psicologico fino a toccare criticità dentali e ipoplasie mascellari. A ciò si aggiunge il prezioso contributo dei consulenti dell’allattamento del progetto "AllatTiamo"- AISMEL che accompagnano le madri in uno dei momenti più delicati della loro vita".

Il reparto si occupa solo di questa patologia?

"No. Trattiamo varie malformazioni pediatriche congenite quali quelle degli arti, sindrome di Poland, malformazioni genitali, emangiomi e linfangiomi".

Quanto ha inciso il Coronavirus sulle vostra attività?

"Il centro non ha mai smesso di operare seppur in modalità ridotta perché una parte del nostro personale è stata dirottata nei centri Covid-19 pediatrici. Abbiamo selezionato i casi più urgenti dando precedenza a schisi ossee mascellari maggiori e cheilognatopalatoschisi complesse".

Possiamo dire che le mani dei chirurghi pisani hanno donato nuovi sorrisi in tutto il mondo?

"Una delle esperienze più toccanti che ogni anno abbiamo il privilegio di vivere sono le missioni con Operation Smile e Aicpe in America Latina e Africa. Veder genitori affrontare viaggi della speranza, attraversare un paese intero con un calesse o a cavallo per far operare i loro piccoli, è la dimostrazione più tangibile della solidarietà".