Foto: sal73it / iStock
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Il commercio della fauna selvatica potrebbe essere la causa della prossima pandemia. Il ceppo SARS-CoV-2, il settimo Coronavirus riconosciuto in grado di infettare gli umani, viene definito un virus zoonotico (o zoonosi), in quanto originario da una trasmissione da animale a uomo. Secondo il National Institute of Health, il 60% delle infezioni esistenti fa parte della sfera delle zoonosi. Scienziati ed epidemiologi, per analizzare e intercettare questi virus, stanno effettuando numerose analisi su pipistrelli, roditori e animali simili. Tuttavia, secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Current Biology, starebbero procedendo nella direzione sbagliata, sottovalutando la pericolosità di altri mammiferi inclusi nel commercio globale della fauna selvatica.


La fauna selvatica potrebbe provocare un’altra pandemia

Il nuovo studio è una meta-analisi dei dati riguardanti 226 virus zoonotici, presenti all’interno di più di 800 mammiferi (selvatici e non). Innanzitutto, i ricercatori hanno confermato che topi e pipistrelli sono i principali “serbatoi” di virus “animale-uomo” al mondo. Tuttavia, dai risultati è emerso che la scienza sta sottovalutando molte fonti animali potenzialmente pericolose. Infatti, solo il 25% dei mammiferi inclusi nel commercio della fauna selvatica ospita il 75% delle zoonosi al momento conosciute. Lo studio ha mostrato che le capre, i bovini e i maiali - che entrano spesso a contatto con l’uomo - potrebbero essere molto più pericolosi dei topi e dei pipistrelli, in quanto ospiterebbero circa il 30% dei virus zoonotici.

Stiamo sottovalutando le capre, i maiali e le mucche

In sintesi, la scienza si starebbe concentrando poco sui virus zoonotici provenienti da capre, bovini, maiali e da tutti quegli animali integrati nel commercio globale della fauna selvatica. Animali che entrano in contatto con gli umani molto più frequentemente rispetto ai topi o ai pipistrelli. Ecco perché, secondo gli autori della ricerca, il commercio delle specie selvatiche potrebbe causare una nuova epidemia, o ancora peggio una pandemia.
Oltretutto, fenomeni come la deforestazione e la distruzione degli habitat naturali stanno spingendo gli animali selvatici verso i centri abitati: più contatti ci sono con queste specie, più aumenta la probabilità di trasmissione di un’infezione che potrebbe diffondersi a macchia d’olio. Gli autori di questo studio, inoltre, sostengono che nei mammiferi e negli uccelli alberghino circa 1,7 milioni di virus sconosciuti e di cui sappiamo nulla: l’ennesima dimostrazione che bisogna essere prudenti nel contatto con gli animali selvatici.