Un tempo era un segreto di famiglia, una soluzione di ripiego della quale vergognarsi. La domanda più temuta: "Ma quando lo fate un bambino?". "Oggi le cose sono cambiate e ricorrere alla Pma (Procreazione medicalmente assistita) per la maggioranza delle coppie non è più un problema, si tratta di una scelta ormai sdoganata" spiega sorridendo Claudia Livi, direttrice del Centro Demetra di Firenze che opera nel campo della procreazione medicalmente assistita, ginecologa-pioniera che da quasi 40 anni cerca di rendere felici persone alle prese con problemi di infertilità. Le stime: secondo il ministero della Salute, in Italia una coppia su 5 ha difficoltà ad avere figli. Con conseguenze pesanti sotto il profilo psicologico: per gli aspiranti genitori ’incapaci’ di procreare naturalmente la fecondazione assistita rappresenta un’opportunità. "Le cause dell’infertilità possono essere molteplici – sottolinea Claudia Livi –. Tra queste le più frequenti sono i danni tubarici, i problemi del liquido seminale, l’endometriosi, una riserva ovarica scarsa".

Nel 2017, anno a cui si riferisce l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità, le coppie che hanno fatto ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita sono state 78.366. "Le gravidanze ottenute invece sono più di 18mila – riprende la ginecologa –. Ben il 3% dei bambini nati nello stesso anno (458.151) è stato concepito con un ciclo di procreazione medicalmente assistita. Una percentuale che ormai fa media".

La diagnosi di infertilità – intesa come l’incapacità di concepimento entro due-tre anni di rapporti non protetti – investe vari ambiti della vita degli aspiranti genitori e diverse sono le emozioni che si susseguono all’interno della coppia, sentimenti che spaziano dalla rabbia alla delusione, dall’esaltazione al senso di sconfitta.

"Quando ho scoperto che non riuscivo ad avere un figlio ho vissuto anni pieni di solitudine, perché il problema viene spesso sminuito da amici e parenti", racconta Steffi Pohlig, 37 anni, tedesca trasferitasi in Italia da 20 anni, madre di due bambini nati grazie a tecniche di Pma, che ha dato vita a Conneggs, il primo social network sulla fertilità. "Da quella sofferenza è nata l’idea creare un luogo virtuale in cui le donne con problemi di infertilità possano parlarsi, ascoltarsi, confrontarsi, e in cui il problema della gravidanza che non arriva non venga banalizzato".

"Le persone che soffrono di problemi di infertilità vedono stravolta la loro vita e hanno assoluto bisogno di una condivisione con altre persone che come loro stanno vivendo o hanno già vissuto queste esperienze", spiega Cecilia Mencacci, medico specialista in endocrinologia presso l’European Hospital di Roma. A Conneggs ci si può iscrivere gratuitamente sia scaricando l’app dall’App Store e da Google Play, sia registrandosi su www.conneggs.com. Una volta iscritte le utenti creano il proprio profilo anonimo e possono leggere tutti i post pubblicati su temi come monitoraggio dell’ovulazione o inseminazione intrauterina.

Buone notizie anche sul fronte Covid-19 e Fase 2: dal 12 maggio le coppie che con il lockdown erano state costrette a interrompere le cure – circa 7-8mila coppie, per un totale di circa 1.500 nascite ogni mese – hanno potuto riprendere i trattamenti di fecondazione assistita.

"Un piccolo esercito di donne e uomini che negli ultimi due mesi si erano sentiti abbandonati – conclude la ginecologa Claudia Livi – e che hanno vissuto con grande sofferenza l’ansia del tempo che scorre (oltre il 30% delle partner femminili che accede alla Pma ha più di 40 anni) e il timore di perdere definitivamente le proprie chance riproduttive".