Quest’anno la pandemia ha posto in secondo piano tanti malati cronici, anche quelli affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici) tipo Crohn e rettocolite ulcerosa, che hanno lamentanto discontinuità nelle coperture assistenziali, come avvenuto per cardiopatie, patologie oncologiche e neurodegenerative. "Ancora oggi – spiega Marco Daperno, segretario generale IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease) – anche in caso di sintomi evidenti come una diarrea con perdite ematiche, che dovrebbe richiedere subito la colonscopia, il ritardo diagnostico oscilla da 3-6 mesi a 12-18 mesi. Ancora più marcati i ritardi nel Crohn. Occorre invece mettere in atto tempestivamente un trattamento opportuno al fine di scongiurare complicanze e interventi chirurgici". I pazienti affetti da MICI sono soggetti fragili, spesso in età giovanile: il picco di esordio è generalmente nella fascia tra i 15 e i 30 anni. Nella terapia abbiamo alcuni punti fermi, farmaci biologici che ormai possiamo definire tradizionali e nuove molecole. "Dalle nuove strategie terapeutiche otteniamo buoni risultati – sottolinea Alessandro Armuzzi, docente universitario, Policlinico Gemelli, Roma – questo discorso riguarda tutti i farmaci biotecnologici anti-TNF, continua con gli anti-alfa4beta7 integrina, cui si aggiungono gli anti-interleuchina 1223, e le cosiddette small molecules, farmaci che si distinguono per rapidità d’azione e per la possibilità di essere presi per bocca".

"Malattia di Crohn e colite ulcerosa possono interferire negativamente sulla vita sessuale", spiega da parte sua Mariabeatrice Principi, associato di gastroenterologia all’Università di Bari. "Queste malattie possono condizionare un rapporto completo e appagante, alludo ad esempio alla presenza di una stomia (derivazione intestinale, ndr), una piaga perianale, una condizione di malnutrizione o sintomi psicologici che ledono l’autostima". Nelle riacutizzazioni delle malattie infiammatorie intestinali si può riscontrare un calo della fertilità, di fatto le donne con IBD fanno meno figli. La causa spesso è da ricondurre alla scarsa propensione a procreare, la donna spesso è spaventata, teme un peggioramento della malattia e ritiene erroneamente che questa sia trasmissibile alla prole. Ciononostante, la paziente con IBD può portare a termine la gravidanza in totale sicurezza, seguendo le indicazioni del gastroenterologo e del ginecologo di fiducia. Tranne casi particolari è possibile il parto per via naturale. Anche l’allattamento al seno è consentito, senza controindicazioni, secondo il giudizio del medico. Questi temi sono stati affrontati in occasione del congresso nazionale IG-IBD, che si è celebrato in modalità a distanza.

Alessandro Malpelo