Foto: courtneyk / iStock
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Soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria, la barra di ricerca di Google sta esplodendo di ricerche fatte da utenti che tentano di capire a cosa potrebbero essere ricondotti determinati sintomi. Questa abitudine, si sa, spesso può condurre verso informazioni errate, e il rischio è quello di sopravvalutare o sottovalutare una situazione clinica. Insomma, è sempre meglio rivolgersi a un medico. Cercare su Google il significato di alcuni sintomi, però, potrebbe non rivelarsi totalmente inutile, in quanto aiuterebbe le autorità sanitarie a scovare (per poi bloccare) i focolai di Coronavirus. A spiegarlo è stato uno studio pubblicato di recente sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology.

L’analisi geografica delle ricerche su Google

Utilizzando il programma Google Trends, i ricercatori hanno studiato la distribuzione geografica (in quindici stati degli USA) delle ricerche sui sintomi riconducibili al Covid-19, la malattia causata dal nuovo Coronavirus. Il periodo considerato è iniziato a gennaio 2020 ed è terminato ad aprile 2020. La principale “frase chiave” su cui si sono concentrati gli esperti ha riguardato problemi gastrointestinali generici o specifici, e dai risultati è emerso il seguente fenomeno: la maggior parte di queste ricerche è stata effettivamente correlata a casi di Coronavirus. È da tenere in conto che nel periodo tra gennaio e aprile eravamo ancora a inizio emergenza (a gennaio i casi accertati erano circoscritti in Cina), dunque non si era ancora sicuri che i problemi gastrointestinali, come la diarrea e i crampi addominali, fossero tra i sintomi del Covid-19: una malattia nuova e, sotto certi versi, sconosciuta. Gli esperti, confrontandosi poi con le autorità sanitarie, sono arrivati a quella conclusione perché le ricerche provenivano dalle aree che, da lì a tre o quattro settimane, sarebbero diventate dei focolai.

Individuare e bloccare i focolai grazie ai motori di ricerca

L’analisi geografica delle query su Google e sugli altri motori di ricerca è spesso servita per capire quali fossero le zone più interessate dalle influenze stagionali: una pratica che si è confermata utile anche per individuare i focolai di Coronavirus. “Le ricerche dei sintomi gastrointestinali hanno preceduto l'aumento dei casi di Covid-19 nelle aree da dove provenivano gli utenti: un tempo più lungo di 1-2 settimane rispetto a quello impiegato per individuare i focolai di influenze normali. Probabilmente per via delle tempistiche legate ai risultati dei tamponi”, si legge sul paper della ricerca.
Questo studio è stato utile anche per permettere alle autorità sanitarie di associare i sintomi gastrointestinali al Covid-19, senza concentrarsi solo sulle sintomatologie più comuni: febbre, tosse e difficoltà respiratorie.