Le speranze di cura nel tumore del rene sembrano a volte una corsa a handicap, dato che il 35 per cento dei pazienti arriva alla diagnosi in fase avanzata o metastatica. In questi casi l’immuno-oncologia, l’approccio che potenzia le difese naturali per combattere con più forza la neoplasia, cambia lo standard di cura. Oltre il 50% dei pazienti trattati con la combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, è vivo a 4 anni e la combinazione di nivolumab con una terapia mirata, cabozantinib, ha notevolmente migliorato la sopravvivenza globale, ha raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione e il tasso di risposta oggettiva. Sono i risultati principali degli studi di fase 3, CheckMate -214 e CheckMate -9ER, presentati al congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo).

"Nei tumori renali – afferma Sergio Bracarda, direttore Oncologia medica e medicina traslazionale dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni – la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci, mentre il trattamento di elezione per la malattia localizzata è rappresentato dalla chirurgia, ma solo nel 30% dei casi abbiamo la completa guarigione, perché la malattia può recidivare in forma metastatica, cioè ripresentarsi, e riemergere dopo l’intervento. Nivolumab è stato il primo inibitore di checkpoint immunitario approvato in seconda linea, cioè in pazienti già trattati. L’immuno-oncologia sta aprendo prospettive importanti anche in prima linea, grazie alle diverse opzioni di combinazione con farmaci immunologici o antiangiogenici oggi disponibili".

Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 12.600 nuovi casi di tumore del rene e più di 129mila persone vivono dopo la diagnosi. CheckMate -214 è uno studio di fase 3, randomizzato, che ha valutato, in prima linea, la combinazione di nivolumab e ipilimumab rispetto allo standard di cura costituito da sunitinib, nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato. "Abbiamo di fronte il più lungo follow-up per una combinazione immunoterapica in prima linea nel carcinoma a cellule renali avanzato – spiega Giuseppe Procopio, responsabile dell’Oncologia medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – con risultati che segnano un grande passo in avanti in termini di speranza di vita".

Emergono importanti prospettive anche dalla combinazione dell’immuno-oncologia con la terapia a bersaglio molecolare. "Nello studio di fase 3 CheckMate -9ER, che ha coinvolto 651 pazienti, nivolumab in combinazione con cabozantinib, un inibitore tirosin-chinasico, ha ridotto il rischio di morte del 40% rispetto a sunitinib – sottolinea Sergio Bracarda – con un buon profilo di tollerabilità. Cabozantinib crea un microambiente tumorale che rende più efficace l’azione dell’immunoterapia, consentendo un’attività antitumorale sinergica in combinazione con nivolumab. I dati contribuiscono a rafforzare il valore della combinazione di nivolumab e cabozantinib in prima linea per i pazienti per cui viene scelto il regime costituito dall’immunoterapia con un inibitore di tirosin-chinasi".

All’Esmo è stata presentata anche l’esperienza italiana della combinazione ipilimumab e nivolumab, il programma per uso compassionevole della ben nota combinazione, introdotta nella pratica clinica quotidiana.