In attesa che la ricerca scientifica riesca a fornire risposte certe sul virus Covid-19 e sulla sua diffusione, chiediamo ad Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) quale può essere la capacità dell’organismo umano di reagire a questo virus.

In pratica, come si comporteranno le nostre difese immunitarie? Riusciremo ad adattarci a questa nuova minaccia?

«Quando arriva un virus ‘nuovo’ dobbiamo innanzitutto chiederci da dove è venuto e determinare, analizzando la sequenza genetica, se è un virus destinato a causare un’epidemia acuta e rapida oppure se ha caratteristiche diverse. Sono numerosi gli studi necessari prima di poter dare una risposta certa».

Cosa sappiamo finora?

«La proteina di aggancio del nuovo coronavirus ha sei mutazioni, lascia quindi aperta qualunque tipo di ipotesi sulla sua nascita. Però, il fatto che questo virus sia molto simile (al 96%) a quello che colpisce i pipistrelli, per il momento sembra indicare la sua provenienza da un serbatoio naturale».

È un bene o un male?

«Non è certo positivo: un virus che fa il salto di specie è solitamente destinato a rimanere nel tempo nel suo nuovo ambiente, in questo caso la popolazione umana. Se al contrario fosse un virus artificiale uscito da esperimenti più o meno riusciti e sfuggiti di mano, non rimarrebbe a lungo in circolazione. In ogni caso il sistema immunitario ha bisogno di tempo per reagire».

C’è il rischio che la situazione si aggravi?

«Non abbiamo ancora i dati epidemiologici necessari per fare previsioni certe. La gravità della malattia dipende dalla reazione immunitaria del singolo. E non è detto che il virus possa evolversi e diventare pericoloso per persone che iper-reagiscono come è successo per l’H5N1. I ricercatori auspicano che ci sia un progressivo adattamento dell’organismo umano al virus con la creazione di anticorpi nella popolazione, ma è chiaro che se in futuro emergerà un ulteriore mutante non dovremo farci prendere di sorpresa».

Quali sono i rischi maggiori che potremo incontrare col nuovo coronavirus?

«C’è molta differenza nella reazione messa in atto dal nostro sistema immunitario tra i comuni virus influenzali come l’H1N1 o l’H3N2 che circolano da tempo sulla Terra e i virus ricombinanti emergenti da pochi mesi o anni da serbatoi animali naturali o artificiali come i vari H5N1, H9N2, H7N7. È necessario sottolineare che mentre nei confronti di virus che circolano da decenni o da anni i sistemi immuno-competenti umani sono in grado di rispondere in modo efficace e adeguato, contro virus che hanno fatto da poco il cosiddetto ‘salto di specie’ i nostri sistemi immunocompetenti tendono a reagire in modo pericoloso, sia per eccesso, sia per difetto».

Ci può fare qualche esempio?

«Una iper-reazione è la cosiddetta ‘tempesta di citochine’ oppure le ‘polmoniti emorragiche’ da drammatica risposta immuno-infiammatoria tipica dei casi di aviaria (19972005) o dei virus emorragici come Ebola o Marburg. Come casi di risposta insufficiente basta pensare alla frequente morte da polmonite meta-influenzale di persone immunodepresse o anziani».