Cancro, speranze dai superfarmaci

Gli specialisti: servono più test genici. Dopo il fallimento delle terapie convenzionali, in fase avanzata il tumore può essere bersaglio sensibile agli inibitori di PARP

31/10/2021 - di Alessandro Malpelo

Nel tumore della prostata, soprattutto quello in fase metastatica, uno dei geni le cui alterazioni sono collegate allo sviluppo della patologia oncologica è il BRCA2: «Identificare le mutazioni di questo gene – spiega Giuseppe Carrieri, direttore del dipartimento di urologia, Università di Foggia, segretario generale SIU Società Italiana di Urologia – è fondamentale nelle forme avanzate quando il tumore diventa un bersaglio sensibile a nuovi farmaci chiamati inibitori di PARP. Tumori che accumulano più alterazioni, diventando più aggressivi e in grado di sopravvivere più a lungo».

Se invece si ricorre ai farmaci che impediscono alla proteina PARP di svolgere il ruolo riparatore, le cellule tumorali già con alterazione del gene BRCA2, non sono più capaci di funzionare correttamente, dunque muoiono. Altro aspetto fondamentale: gli inibitori di PARP si sono dimostrati efficaci sia nei pazienti con mutazioni somatiche sia in quelli con alterazioni germinali, anche dopo il fallimento dei trattamenti convenzionali.

Olaparib è la molecola capostipite di questa classe di farmaci. Oggi sono in fase di sperimentazione altri principi attivi della stessa classe (rucaparib, talazoparib e niraparib). Ad oggi, la ricerca delle mutazioni germline di BRCA2 e 1 è riservata solamente ai pazienti con forte familiarità per tumori come mammella, ovaio e prostata. Tuttavia i test per l’identificazione di mutazioni somatiche sono fuori dal normale percorso diagnostico dei pazienti con tumore della prostata avanzato che falliscono trattamenti standard: «L’auspicio – concludono gli esperti – è che si giunga a una sempre maggiore diffusione dell’utilizzo di questi test genici anche per i pazienti che non hanno familiarità, ma sono affetti da malattia avanzata che sfugge al controllo dei farmaci tradizionali. Questo consentirebbe di poter utilizzare nuovi farmaci come gli inibitori di PARP o simili, con un evidente vantaggio per circa il 50% dei pazienti portatori di mutazioni geniche come BRACA1/2».

Al congresso della Società Italiana di Urologia si è discusso naturalmente anche di tanti altri temi, di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi, come i trattamenti mininvasivi di nuova generazione nella iperplasia prostatica benigna. Ma in cosa consistono e quali sono queste procedure chirurgiche ultra mini invasive? «Tra le più diffuse – aggiunge Francesco Porpiglia, Ordinario di Urologia all’Università di Torino – c’è anzitutto l’utilizzo di stent intraprostatici temporanei al nitinol (introdotti per via endoscopica, e rimossi dopo 5 giorni), che tramite forze elastiche incidono il tessuto e risolvono l’ostruzione (trattamento i-TIND). Ci sono poi dispositivi permanenti che, come piccoli tiranti, comprimono l’adenoma e dilatano l’uretra, migliorando cosi il flusso dell’urina (tecnica Urolift)».