Non si parte da zero. La prova viene dalle tante segnalazioni che arrivano da tutte le parti del mondo, dove si stanno sviluppando piattaforme in grado di portare ad un vaccino mirato per l’infezione in corso. E, soprattutto, si fa tesoro delle informazioni già disponibili, che sono giunte a velocità pazzesca, a partire dalla decodificazione del patrimonio genetico del Sars-CoV-2019. Sfruttando quanto già fatto per la Sars, anch’essa dovuta ad un coronavirus trasformato e poi “autolimitata” nei primi anni del terzo millennio, e degli studi fatti per arrivare ad un vaccino per virus ben più temibili come Ebola, mettere a punto un vaccino per il Sars2-Cov-19 potrebbe richiedere meno tempo: non prima di un anno, come ha ricordato qualche giorno fa Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. È già un grande passo avanti rispetto a quanto avveniva qualche tempo fa, quando per giungere ad un nuovo vaccino occorrevano anche dieci anni o più. Ci sono tempi tecnici che non possono essere eliminati. In questa fase, ad esempio, si è annunciato negli Usa il possibile “decollo” a breve dei primi studi clinici per valutare la sicurezza di uno dei preparati in “corsa” per giungere a proteggerci. Ma anche dopo il via libera in questo senso, bisognerà valutare l’efficacia protettiva di questo ed altri vaccini. Per poi giungere alla produzione, che ovviamente chiederà tempo.