Roma, 05 dicembre 2011 - È POSSIBILE finire in coma e anche morire per aver giocato per troppe ore attaccati allo schermo di un computer? Sembra assurdo ma la risposta è sì e sempre più giovani, in ottima salute, muoiono in tutto il mondo con embolie da stasi, causate da ore e ore di immobilità dovuta alla passione per i videogames.
In Inghilterra è successo di recente a Chris Staniforth, ventenne di Sheffield che, dopo una maratona di 12 ore consecutive attaccato alla sua consolle, si è accasciato a terra. La videogame-dipendenza è un fenomeno relativamente nuovo ma, secondo gli esperti, equiparabile alle dipendenze più note come la droga, l’alcol e il gioco. La clinica inglese Broadway Lodge, che si occupa di tossicodipendenze e alcol, si è interamente riconvertita al servizio di questi giovanissimi pazienti, per cercare di salvarli: i sintomi ricorrenti: disidratazione, catatonia, depressione alternata a stati di agitazione, malnutrizione e, nei casi più gravi, trombosi venosa.


IL PROFESSOR Brian Dudley, primario della clinica, dichiara: «Sappiamo che il fenomeno è in crescita dal numero di persone che ci contatta. Sappiamo che la video-dipendenza è molto simile ad altri tipi di dipendenze molto serie e che comporta l’esclusione sociale dell’individuo nonché grosse fratture in famiglia. Ci sono anche problemi di salute – i malati non mangiano in modo regolare e non si riguardano, inoltre ci sono ripercussioni sull’igiene personale e manifestazioni di marcato isolamento».
Dudley cita l’esempio di un giovane paziente, 23 anni, arrivato alla clinica in stato di malnutrizione: «Questo ragazzo aveva gravi problemi di alimentazione con diverse complicazioni. Per lui abbiamo sviluppato un programma di astinenza dai videogame in 12 tappe, che ha funzionato bene. Ma non puoi dire a un adulto che non può più andare su Internet. Non puoi lanciare divieti, perchè non funzionano. Abbiamo dovuto dargli dei meccanismi che gli consentono di gestirsi da solo». Dudley prosegue: «Il fenomeno è più esteso di quanto si pensi. Mi spingo a dire che, secondo noi, tra il 5 e il 10% di famiglie può dire di conoscere qualcuno malato di videogames. La dipendenza è come una malattia che va curata. E noi siamo specializzati proprio in questo».
Uno studio dell’Università dell’Iowa ha rilevato che almeno un giocatore di videogame su 12, tra gli 8 e i 18 anni, mostra segni di dipendenza. Jerald Block, uno dei luminari internazionali sulle dipendenze compulsive da uso di computer, ha individuato i quattro sintomi base di questa sindrome: dimenticarsi di mangiare o dormire; anelare tecnologia sempre più avanzata; irascibilità e stanchezza nel rapporto con gli altri; forte astinenza in caso di distacco dal computer. Secondo Block, la videodipendenza è da considerarsi un problema psicologico e pare che l’86% dei casi presenti già altri disordini mentali. «Il rapporto con il computer — sostiene Block — per questi individui, diventa una vera e propria relazione. Si investono emozioni, che normalmente si avrebbero verso altri esseri umani, verso il computer stesso, normalmente attraverso videogames e pornografia online».


A SOSTENERE LA TESI di Block c’è anche, tra gli altri, l’American Journal of Psychiatry che, in un recente numero, ha chiesto che la gaming addiction venga inserita nell’elenco di disordini mentali, avendo una serie di sintomi molto simili ad altre dipendenze. Di diverse vedute è invece il fondatore della prima clinica europea per la videodipendenza, Keith Bakker che, nel 2006, aprì le porte del centro Smith & Jones a Amsterdam. «Abbiamo trattato centinaia di casi – spiega Bakker – ma sempre di più ci siamo accorti che il problema di questi giovani non è psicologico, ma sociale. Quello che hanno più bisogno è di avere genitori e insegnanti più presenti, che li aiutino a superare il loro disagio sociale».