Il medico infettivologo Carlo Urbani, scopritore della Sars
Il medico infettivologo Carlo Urbani, scopritore della Sars

Roma, 11 luglio 2021 – Un'ordinanza di custodia cautelare per omicidio è stata notificata nel carcere di Regina Coeli, dove già si trovava per spaccio di eroina, ad un siriano di 64 anni, l'uomo che aveva ospitato la 21enne Maddalena Urbani, figlia di Carlo Urbani, il “medico eroe” che isolò la Sars. La ragazza è morta lo scorso 27 marzo nella casa del 64enne per un mix di droghe e psicofarmaci, secondo l’accusa l’uomo non avrebbe chiamato i soccorsi che forse avrebbero potuto salvare la vita a Maddalena Urbani. 

L’ipotesi di reato

In particolare, al 64enne viene contestato “il dolo eventuale, consistente - spiega la Questura di Roma - nell'aver accettato di non chiamare direttamente i soccorsi, facendo intervenire delle persone non qualificate che avevano cercato, senza alcun esito, di salvare la Urbani”.

La morte della ragazza

I fatti risalgono allo scorso 27 marzo quando, su segnalazione del 118, è stato trovato in un'abitazione il corpo senza vita di Maddalena Urbani, 21 anni: ad ucciderla, secondo i primi accertamenti, un abuso di oppiacei. L'appartamento, in condizioni fatiscenti, era occupato dal 64enne R. A, di origini siriane, che si trovava agli arresti domiciliari per spaccio di stupefacenti. La perquisizione eseguita dalla Polizia ha portato al rinvenimento di alcune dosi di eroina, metadone e un mix di psicofarmaci, “il tutto a riprova - secondo gli investigatori - che il siriano, nonostante la misura restrittiva, continuava il suo spaccio di droga”. Nei giorni successivi, l'uomo è stato quindi portato nel carcere romano di Regina Coeli. 

Le indagini complesse

Le indagini della polizia per fare luce sull'accaduto hanno riguardato diverse circostanze, compreso il sospetto che la giovane potesse essere stata vittima di una violenza sessuale, cosa che però è stata successivamente esclusa. Con il siriano, la Urbani aveva una conoscenza pregressa, tant'è vero che nella rubrica del suo telefono era registrato come “Zio Cassi”. E anche il 64enne, nella sua agenda, aveva il nome e l'indirizzo perugino della ragazza.

La ricostruzione dei fatti

A chiamare il 118 era stata un'altra ragazza, di origini straniere ma nata in Italia, che aveva conosciuto la Urbani circa un mese prima a Perugia. Le due erano arrivate a Roma insieme il giorno precedente la morta, il 26 marzo, viaggiando in treno. La testimone ha riferito alla polizia che Maddalena si era sentita male già nel pomeriggio “a causa del troppo alcool ingerito”, ma una volta giunta nell'abitazione dell'amico siriano pare si fosse leggermente ripresa.

Aveva dormito tutta la notte, ma l'amica - dopo essere rientrata dalla spesa all'ora di pranzo del 27 marzo - si accorge che Maddalena non respirava più. Le verifiche dei tabulati telefonici del siriano e le dichiarazioni dell’amica hanno consentito agli inquirenti di accertare che quella notte era stata proprio quella ragazza a chiamare due suoi conoscenti, un rumeno ed un italiano, per soccorrere la Urbani. 

L'italiano - che il siriano chiamava “medicò”, ma che in realtà era un tossicodipendente che aveva sostenuto qualche esame di medicina, era intervenuto nella tarda mattinata del 27 e aveva fatto alla giovane un’iniezione di adrenalina. Il rumeno era invece intervenuto la sera del 26, praticando a Maddalena un massaggio cardiaco: la ragazza sembrava stesse meglio e lui se ne era andato.

In seguito a questa ricostruzione dei fatti, la procura di Roma – sotto la guida dal sostituto procuratore Paolo Pollidori e della procuratrice aggiunta Nunzia D'Elia – ha chiesto e ottenuto dal Gip un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del siriano, che la polizia gli ha notificato a Regina Coeli, dove è rinchiuso per spaccio da quello stesso 27 marzo.