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Renzi: "Non mi piego
alla cultura stalinista
Pronti a sfidare Bersani"

"Le primarie vanno fatte"

Il sindaco di Firenze: "Siamo un partito che si chiama democratico nel nome, spero che i nostri eroi riusciranno a capire che dobbiamo esserlo anche nei fatti". E promette: "Uno di noi giovani ci sarà" di Marcello Mancini

Il sindaco di Firenze Matteo Renzi (Pressphoto)
Il sindaco di Firenze Matteo Renzi (Pressphoto)

Firenze, 24 maggio 2012 - Sindaco Renzi, tutti aspettano che lei lo dica: mi candido. È pronto?
«Il problema non riguarda me, ma le modalità con cui il Pd sceglierà il proprio leader. Dopo che per anni abbiamo fatto le primarie per decidere se un segretario di circolo doveva andare in bagno, ora diciamo che non servono più?».

Non divaghi, risponda: correrà o no?
«Uno di noi giovani amministratori ci sarà: non è detto che sia io».

Nella pagina finale del suo libro ‘Stil novo’, lei però ha scritto: «Prima o poi ci proveremo, con il sorriso e senza nasconderci». Se non ora quando?
«Condivido molto l’idea del ‘se non ora quando’, ma la allargherei a una generazione. Noi under 40 non possiamo passare il tempo ad abbaiare alla luna. Se davvero crediamo che un’Italia diversa possa essere costruita, le incertezze di questo tempo non possono essere per noi un alibi. Non stiamo avanzando una candidatura, siamo ancora negli spogliatoi. La vera domanda è: a che gioco si gioca?».

Magari le conviene fondare un suo movimento: se dovessero esserci primarie di coalizione, lo statuto prevede che Bersani, come segretario, rappresenti il Pd. Lei, allora, che farà?
«Noto che improvvisamente è scoppiato l’amore fra il gruppo dirigente e lo statuto. Incoraggiante, spero che nessuno dimentichi che lo statuto è lo stesso che prescrive l’impossibilità di ricandidarsi in Parlamento a chi ha già fatto tre mandati».

Lei ripete che non uscirà mai dal Pd, ma appena apre bocca ce li ha tutti contro, i suoi compagni di partito. Forse le conviene ballare da solo?
«Credo che i miei compagni debbano abbandonare la cultura stalinista che considera nemico numero uno, l’amico più vicino che dissente. Siamo un partito che si chiama democratico nel nome, spero che i nostri eroi riusciranno a capire che dobbiamo esserlo anche nei fatti. Comunque io dal Pd non me ne vado perché il Pd è anche casa mia. Mi trovino un altro sindaco di una grande città che ha la maggioranza assoluta in consiglio comunale, la giunta monocolore e, addirittura, gli eletti delle liste civiche che portavano il mio nome che sono entrati in consiglio e poi si sono iscritti al gruppo del Pd. Non capisco: vogliono buttare fuori quelli che vincono le elezioni, per tenere i parlamentari eletti con il porcellum che quando si candidano prendono solenni bocciature?».

Grillo è vincente con gli stessi temi di voi rottamatori: basta dare soldi ai partiti, meno parlamentari, riduzione dei costi, a casa i vecchi arnesi della politica. Si sente il grillo parlante del Pd?
«Molte cose mi separano da Grillo, a cominciare dal conto in banca. Riconosco che su alcuni punti lui coglie una sensibilità vera fra la nostra gente, e noi saremmo credibili se riuscissimo a sgonfiarne la forza facendo ciò di cui discutiamo da anni: ridurre gli stipendi, eliminare i vitalizi ecc.».

La rottamazione è ancora uno slogan o sta diventando una stagione politica?
«Fino a qualche mese fa a parlare di rottamazione eravamo in pochi, ormai c’è il tutto esaurito. Credo che questo concetto sia molto forte, le prossime elezioni dimostreranno se i partiti hanno capito o no».

Dicono che Bersani stia lustrando la foto di Vasto (quella con Vendola e Di Pietro) per fermare l’incubo Renzi.
«Se la foto di Vasto servisse a vincere... A me fa tanto gioiosa macchina da guerra. Era il 1993, dopo le amministrative si pensò che mettendo insieme una Grande Alleanza sarebbe stato garantito un altro successo. Sappiamo come andò a finire. Vorrei un Pd che cercasse di vincere le elezioni, non di evitare le primarie».

Quanto le pesa il caso Lusi?
«Lusi si è offeso e mi ha querelato perché gli ho dato del ladro. Prometto che se smette di rubare non glielo dirò più».

E i soldi che sostiene di averle dato?
«Ho presentato tutti i conti della mia campagna elettorale e sono l’unico politico in Italia ad aver mostrato i nomi dei propri finanziatori. Per comprare la casa ho fatto un mutuo che scade nel 2034, come quello di tanti cittadini italiani. Mi lasci aggiungere un pensiero finale...».

E cioè?
«Sarebbe molto bello se i partiti dessero un segno di credibilità nelle istituzioni, destinando la tranche di luglio del finanziamento ai terremotati dell’Emilia».

Marcello Mancini


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