Elena G. Polidori
ROMA
DICONO che la vita gli fosse diventata insopportabile. Che il ricordo di Mara, l’amatissima compagna scomparsa qualche anno fa, continuasse a ossessionarlo. Che tutto avesse «perso un senso senza di lei», così come «gli fosse diventato insostenibile il pensiero della sconfitta politica, che lui considerava anche personale».
Lucio Magri, 79 anni, fondatore del Manifesto, con l’aiuto di un amico medico è andato in Svizzera per suicidarsi. Un suicidio assistito, oltralpe si può. Aveva pianificato tutto nei dettagli. La notizia della morte si è diffusa nella notte tra gli amici; qualcuno, tra i più intimi, era stato informato direttamente da lui; nessuno è riuscito a fargli cambiare idea. Ai compagni più fedeli di consuetudine e di militanza ha lasciato una lettera «da leggere quando sarà tutto finito». Luciana Castellina si occuperà dei diritti dei suoi scritti. Nessun necrologio, nessun funerale, «un’inutile commemorazione». L’ultima telefonata di Magri dalla Svizzera, pare da Bellinzona, è arrivata alle 16 di lunedì pomeriggio a casa sua, Salita del Grillo. Poi più niente. Eppure anche questa volta speravano ci ripensasse, visto che a farla finita ci aveva già provato due volte, ma dalla Svizzera era sempre tornato. Stavolta, invece, no. Il corpo rientrerà in Italia per essere sepolto a Recanati, la città dove è sepolta la sua amata Mara.

«LUCIO, che ho incontrato per l’ultima volta a Montecitorio solo pochi giorni fa in compagnia di Aldo Garzia — racconta un ancora scosso Walter Veltroni — ha voluto lasciare nel suo ultimo libro il suo testamento intellettuale per poi ritirarsi per sempre dal dolore per la tragica e prematura scomparsa di sua moglie Mara. Di lui ricordo un politico fuori dal comune, un uomo di sinistra coraggioso e curioso del mondo e dei suoi cambiamenti. Il mio pensiero commosso, in una circostanza tragica come questa, va a tutti coloro che gli hanno voluto bene, a tutti quelli che hanno speso con lui energie e passioni, nella ricerca e nella battaglia delle idee e della politica».
Il suicidio di Magri, però, ha scatenato anche inevitabili polemiche tra chi chiede di rispettare comunque la sua volontà e chi ha criticato la sua scelta. Come Paola Binetti (Udc): «Rispetto la persona, ma mi auguro che questa scelta non diventi un modello». «Quello che abbiamo saputo sulla morte di Lucio Magri — ha sottolineato Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera — esprime una vicenda di straordinaria drammaticità che ha tutto il nostro rispetto anche se l’esistenza di cliniche per la buona morte fa venire i brividi». Difendono, invece, la scelta di Magri Mina Welby e Beppino Englaro, protagonisti a loro volta di scelte tragiche: per la moglie di Piergiorgio Welby «la scelta dell’individuo è l’unica cosa che conta», quindi «non ci sono critiche da fare, solo massimo rispetto». E’ d’accordo il papà di Eluana: «Nessuno può entrare nella coscienza di una qualsiasi persona. Questo signore evidentemente ha esercitato il primato della sua coscienza. E’ tutto lì». E se Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, dice di provare «un profondo sentimento di pietà per la tragica decisione di Magri di togliersi la vita», la radicale Antonietta Farina Coscioni attacca: «Magri riteneva intollerabile vivere, per porre fine al suo dolore, è però dovuto emigrare, un viaggio con un biglietto di sola andata, in Svizzera. Questo perché viviamo in un Paese dove vige una regola ipocrita, quella del ‘si fa ma non si deve dire’».

ASCIUTTO, e senza giudizi, il commento del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: «Sono molto rattristato per la scomparsa di Lucio Magri, che ho conosciuto come appassionato intellettuale dirigente della sinistra italiana».