di ROSSELLA MINOTTI
— MILANO —
ALMENO venti standing ovation dalla sterminata platea dei diecimila che ieri mattina affollava già dalle prime ore la sala della nuova Fiera di Rho-Pero. Le due ore di discorso di Gianfranco Fini, che all’inizio stanno per essere interrotte dallo stesso uomo in frac verde che l’altro giorno voleva salire sul palco con Bersani (sarà un caso?) sono accolte con entusiasmo e grande emozione. Delirio di applausi quando il leader di Fli, ora ufficialmente nato dopo questa assemblea costituente, lancia la sfida politica a Silvio Berlusconi: «Sono pronto a dimettermi se si dimette anche lui. Faremmo entrambi una splendida figura se ci si dimettesse per consentire così agli italiani di esprimere con il voto la loro sovranità popolare... Già vedo i flash delle agenzie, ma non illudiamoci, non ci pensa nemmeno ad andarsene».
POI LA SECONDA parte della sfida, una proposta lanciata anche a Pd e Udc: «Facciamo il federalismo, ma non per consentire a Calderoli di mettere fuori la bandierina». La proposta di Fini è far nascere una «Camera delle Regioni o un Senato delle autonomie, per un federalismo solidale, che consenta al Sud di responsabilizzarsi e al Nord di vedere investiti i soldi delle tasse sul territorio in cui si produce ricchezza». No a quello «sciagurato federalismo fiscale che non è passato, e se passava vaglielo poi a spiegare ai cittadini che la pressione fiscale, anziché diminuire, aumenta». Ma il discorso di chiusura del presidente della Camera è stato soprattutto all’attacco. Di Berlusconi naturalmente, di cui dice «Se c’è batta un colpo... Mi rivolgo al Governo, e quindi a Bossi, che ne è il deus ex machina. Berlusconi si arrabbierà molto». Attacco alla Gelmini: «Meschino ridurre il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia a un apriamo o chiudiamo le scuole. Qui c’è il rischio di uno scontro fra istituzioni, il rischio di perdere la possibilità di festeggiare il 170° dell’Italia. Non si può assecondare la Lega anche su questo». Sulla vicenda Ruby «siamo diventati lo zimbello del mondo occidentale», e ancora parla di «spettacolo inverecondo di alcune vicende private». Rivendica, il presidente della Camera, il diritto a un bipolarismo vero, «non alla caricatura che vede Berlusconi-Bossi da un lato, Di Pietro e Vendola dall’altro». Ma chi sono i componenti di Fli? «Noi siamo quello che eravamo» ribadisce, per sgombrare il campo da chi li vede tentati dal centrosinistra. «Non siamo An in piccolo, siamo il partito che eredita quel mare di delusi del Pdl che hanno capito che il Popolo della libertà pensa solo a quello che sta a cuore a Berlusconi». Fli «farà opposizione». Su tante cose, non al processo breve ma «alla norma transitoria del processo breve».
LA PROPOSTA finale: facciamo le due grandi riforme, riforma elettorale e federalismo, e poi andiamo al voto la primavera dell’anno prossimo.
Insorge tutto il Pdl. «L’agenda non la detta Fini, si voterà nel 2013 e la legge elettorale resta questa» dice «a nome del Governo» il ministro Gianfranco Rotondi. Raccoglie invece parte della Lega, col ministro dell’Interno Roberto Maroni, che da tempo all’interno del Carroccio, insieme ad altri, preme per staccare la spina: «Prima o poi si andrà a votare — dice da Fazio in tv — e anche Fini ha individuato nel 2012 una scadenza possibile... Il 2012 che secondo il calendario Maya sarà l’anno della fine del mondo».