Ettore Maria Colombo ROMA «CASI come quelli di Pippo Civati, che non ha votato la fiducia né al governo Letta né al governo Renzi, che è anche segretario del Pd, non potranno più accadere. Dobbiamo trovare regole comuni che permettano da un lato il diritto al dissenso e, dall'altro, il rispetto di una comunità politica». Matteo Orfini (classe 1974, romano, professione archeologo) ha avuto due vite. Nella prima, è stato dalemiano, e di prima fascia. Nella seconda, fondata la corrente dei Giovani Turchi, è passato dalla segreteria Bersani all'appoggio a Renzi. Oggi è presidente dell'Assemblea del Pd. Il caso dei tre senatori dissidenti (Casson, Mineo e Ricchiuti) che non hanno votato la fiducia al governo sul Jobs act continua ad agitare il Pd. Qual è la sua proposta? «Veniamo da un periodo di assenza di regole. Ne servono di più stringenti. Discutere è un bene e il diritto al dissenso va garantito, ma non votare la fiducia è un atto forte, politicamente. I dissidenti devono prendere atto delle conseguenze. Nella direzione del 20 ottobre discuteremo su quali regole darci. Serve un codice di comportamento, scritto, che orienti i gruppi parlamentari. Su voti politici come una fiducia bisogna rispettare le decisioni del partito». Basta casi come quelli dei dissidenti al Senato o come quello di Civati, dunque? «Civati, come me, non votò il governo delle larghe intese. Feci quella battaglia, poi mi adeguai e, in Parlamento, votai a favore. Non si può usare il proprio partito per battaglie personali e a proprio piacimento. Il voto di fiducia è un voto politico per eccellenza, non si potrà più trasgredirvi». Il parlamentare, però, è eletto senza vincolo di mandato. Non potrà votare secondo coscienza? «Bisogna stabilire regole di comportamento valide per tutti. Quando alcuni dei nostri senatori votarono contro la riforma del Senato e del Titolo V, nessuno pensò a prendere provvedimenti. In quel caso, come nei casi che riguardano voti di coscienza, il diritto al dissenso va sempre garantito. Ma faccio io una domanda a Civati. Che cos'è un partito? Quali sono i limiti accettabili del dissenso? Non votare una o più fiducie al governo di cui il tuo segretario è premier è una forzatura evidente». Il 25 ottobre la Cgil scende in piazza e molti esponenti del Pd vi andranno. Riceveranno anatemi? «Sarò in Cina, ma non ci sarei andato. Chi vuole, ci vada, scelta legittima. Io farei fatica a votare, dal lunedì al venerdì, provvedimenti del governo e, al sabato, andare in piazza per manifestare contro il governo. Nel passato abbiamo visto casi non felicissimi di ministri che manifestavano contro il governo (Prodi, ndr) di cui facevano parte. Faccio fatica a comprendere il senso di simili scelte». Lei, però, andò in piazza con la Fiom ai tempi del governo Monti... «Sì, ma allora, la Fiom manifestava contro la Fiat, non contro il governo». Il Pd non rischia di trovarsi tagliato fuori da fette del suo popolo e diviso alla sua sinistra? «Se il governo fa le riforme, come le sta facendo, no. Noi diamo voce e diritti alla parte più debole della società, come sul Jobs act, aiutando i precari e stanziando più risorse per i contratti e sugli ammortizzatori sociali. Fare le riforme è una battaglia difficile, ma il Pd la vincerà».