Simone Arminio BOLOGNA «SALVINI infame, vergogna, sei un razzista schifoso, te ne devi andare da qui». E giù botte da orbi sui vetri e sulla carrozzeria. Quella vista ieri mattina, nel parcheggio dell'Ippodromo di Bologna, è una scena di guerriglia in piena regola. Un'azione veloce e ben orchestrata. Durata due minuti al massimo, e conclusasi con l'Audi S80 del segretario della Lega semidistrutta (il lunotto posteriore frantumato, il parabrezza incrinato e la carrozzeria ammaccata), due antagonisti investiti e finiti all'ospedale con lievi contusioni, un operatore Rai rovinato con la telecamera a terra. Gli scontri erano previsti, sì, ma altrove. Il segretario leghista era atteso attorno alle 11, per una visita al campo nomadi di via Erbosa, periferia nord della città, al grido di «Gli emiliani sono senza casa, e qui il Comune paga le bollette». Ad attenderlo, fin dal mattino, circa un centinaio di attivisti dei collettivi cittadini. I due ingressi del campo barricati dalle forze dell'ordine. SALVINI arriva alle 11.50 ma anziché presentarsi alla Digos si ferma per coordinarsi con i suoi e i giornalisti. La polizia punta a tenere fuori taccuini e telecamere, ma lui sbotta: «Senza di voi cosa entro a fare?». Parla al cellulare con un funzionario di polizia. Si discute per decidere da quale dei due ingressi provare a entrare. C'è il tempo per qualche scatto di rito con il candidato leghista a governatore dell'Emilia-Romagna, Alan Fabbri, e due consigliere comunali. Un fotografo ci scherza su: «Matteo, mettetevi in posa prima di andare, potrebbe essere l'ultima». Neanche il tempo di dirlo che una quindicina di ragazzi vestiti di scuro, a volto scoperto («Erano in cinquanta», dirà Salvini), fanno irruzione nel parcheggio. Riconoscono Salvini, chiamano il resto del gruppo e partono all'attacco. I leghisti fanno in tempo a chiudersi in macchina prima che i manifestanti raggiungano l'auto. Il primo ragazzo salta sul cofano, balla sul tetto e riscende da dietro, il secondo fa la stessa cosa dal lato posteriore. Un antagonista urla incollato al finestrino: «Vergogna»; altri quattro cominciano a colpire la macchina. L'autista accelera bruscamente e ne butta a terra un paio. A quel punto, armati di cinghie forse imbottite di pietre, in pochi secondi i manifestanti infrangono il lunotto posteriore riempendo di schegge di vetro l'abitacolo e incrinano il parabrezza, prima che l'auto riesca a guadagnare la strada e fuggire. Su Facebook l'eurodeputato definisce a caldo «Bastardi» gli aggressori: «Sassate sulla macchina, calci, pugni e sputi. Se questa è la Bologna democratica e accogliente', dobbiamo liberarla». POI AGGIUNGE: «È la prima volta in vent'anni che mi succede una cosa del genere, e mi spiace che sia successo a Bologna», visibilmente scosso, in una conferenza stampa approntata in un hotel. «Questa non è democrazia, ma se pensano di intimidirci hanno sbagliato, torneremo in quel campo nomadi». A chi lo accusa di aver dato all'autista l'ordine di accelerare risponde stizzito: «Cosa dovevo fare, scendere e dialogare con loro di integrazione? Ragazzi un corno, erano dei balordi, mi dicono noti alle forze dell'ordine locali. Se noi non fossimo scappati saremmo finiti all'ospedale. Ma perché per i tifosi c'è il Daspo e per questi facinorosi non c'è il foglio di via?».