"In questi mesi – Zingaretti dixit - ho onorato un doppio impegno, quello di presidente della Regione Lazio e di leader nazionale (del Pd, ndr.) E oggi avverto un po’ il peso e la fatica di un doppio ruolo. Nelle prossime settimane vedremo e discuteremo su come andare avanti". Dal suo staff, data la delicatezza del momento, partono subito le smentite a raffica: "Non vuole fare il ministro e non vuole dimettersi. Resta segretario e presidente di regione". Punto. Ma il "mi sento un po’ stanchino", alla Forrest Gump,...

"In questi mesi – Zingaretti dixit - ho onorato un doppio impegno, quello di presidente della Regione Lazio e di leader nazionale (del Pd, ndr.) E oggi avverto un po’ il peso e la fatica di un doppio ruolo. Nelle prossime settimane vedremo e discuteremo su come andare avanti". Dal suo staff, data la delicatezza del momento, partono subito le smentite a raffica: "Non vuole fare il ministro e non vuole dimettersi. Resta segretario e presidente di regione". Punto. Ma il "mi sento un po’ stanchino", alla Forrest Gump, pronunciato ieri dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti, fa subito nascere un piccolo giallo dentro il partito e dintorni.

La prima, e più ovvia, interpretazione – ma anche la più sbagliata – è che il leader dem, rinfrancato dalla netta vittoria ai ballottaggi delle elezioni comunali di domenica, voglia dare vita a un rimpasto di governo, entrandoci dentro. Se ne parla da mesi, Renzi lo ha praticamente chiesto, e in modo aperto, sotto le spoglie della cara, vecchia, verifica di governo e molti dem ci puntano. Zingaretti andrebbe agli Interni, oltre che a ricoprire il ruolo di vicepremier (al fianco di Di Maio), per rafforzare l’azione del governo. Ma come ha ripetuto, in chiaro, il suo mentore, Goffredo Bettini, Zingaretti "non ci deve andare, al governo".

E allora? Il retro-pensiero della manovra che Zingaretti vorrebbe mettere in atto, pur smentito dai suoi , è un altro. Se il segretario dem, senza entrare al governo ma rafforzando il suo ruolo nel partito (possibile, entro l’anno, un congresso a tesi) vuole davvero stringere i bulloni dell’alleanza con i 5Stelle in vista delle importanti elezioni amministrative previste nella primavera del 2021 (si voterà a Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli) qualcosa deve chiedere – la convergenza su un candidato comune, specie a Roma – e qualcosa deve cedere. In questo caso, il Lazio. Se il governatore, infatti, si dimettesse, aprirebbe la strada ad elezioni anticipate, con il rischio di perdere la Regione, ma con la prospettiva di puntare su un cavallo di razza del M5s, quella Roberta Lombardi che, già oggi, puntella la precaria maggioranza di centrosinistra in consiglio regionale.

In cambio, però, Zingaretti vuole che i 5Stelle facciano marcia indietro sulla candidatura bis di Virginia Raggi, anche al prezzo di ritrovarsela in corsa con una sua lista, per convergere su un candidato comune indicato dal Pd. Infatti, senza l’accordo con i 5Stelle, nessuno dei big finora sondati (Sassoli, Gualtieri, Riccardi) se la sente di correre e la prospettiva è dare il via libera a primarie tra nanetti (ad oggi se ne contano già otto) destinati tutti a sicura sconfitta.