Nicola Zingaretti, 55 anni, con Roberta Pinotti, 59
Nicola Zingaretti, 55 anni, con Roberta Pinotti, 59
Roma, 6 marzo 2021 - "Stiamo per affidare il Pd, o quello che ne resta, nelle mani di un generale o di una ‘generalessa’. Modello Draghi…", sbotta un deputato dem di lungo corso. La generalessa si chiama Roberta Pinotti, è alta, bionda, ligure, e ha fatto il ministro della Difesa. Inoltre, è in quota Dario Franceschini, e sta in Area dem. Il ministro alla Cultura pensa già alla corsa al Colle che si aprirà a inizio 2022 e, prima di allora, non vuole celebrare alcun congresso. Una cadenza temporale su cui sono d’accordo anche Guerini e la sua Base riformista. "Dario – spiega chi lo conosce – si sente più garantito, se a capo del Pd c’è uno ‘suo’ e che, non guasta nel Pd di questi tempi, è pure...

Roma, 6 marzo 2021 - "Stiamo per affidare il Pd, o quello che ne resta, nelle mani di un generale o di una ‘generalessa’. Modello Draghi…", sbotta un deputato dem di lungo corso. La generalessa si chiama Roberta Pinotti, è alta, bionda, ligure, e ha fatto il ministro della Difesa. Inoltre, è in quota Dario Franceschini, e sta in Area dem. Il ministro alla Cultura pensa già alla corsa al Colle che si aprirà a inizio 2022 e, prima di allora, non vuole celebrare alcun congresso. Una cadenza temporale su cui sono d’accordo anche Guerini e la sua Base riformista. "Dario – spiega chi lo conosce – si sente più garantito, se a capo del Pd c’è uno ‘suo’ e che, non guasta nel Pd di questi tempi, è pure donna". Ma i nomi di donne sono tanti: una è Debora Serracchiani. Friulana, è stata governatrice nella sua regione, vice di Renzi, sta nell’area di Delrio, ma è ‘figlioccia’ di Dario. L’altro nome che gira, Anna Ascani, è inviso a troppi.

L’alternativa maschile, però, c’è e anche qui ha vari nomi. Andrea Orlando, oggi ministro al Welfare, scalpita per lanciarsi nell’agone e diventare subito il leader del Pd. Ma in pole c’è anche Roberto Gualtieri: l’ex ministro del Mef nel governo Conte II è romano, di solida formazione dalemiana, molto vicino a Goffredo Bettini e gode delle simpatie della sinistra interna (Cuperlo) ed esterna (la Cgil). Infine, girano anche, nel frullatore, i nomi di leader passati: il Fondatore, Walter Veltroni, l’ultimo segretario del Ppi, Pierluigi Castagnetti, e persino il leader dell’Ulivo, Prodi… Al netto del toto-nomi, però, due sole sono le cose certe. Il congresso anticipato non si terrà subito, e forse neppure entro il 2021, ma nel frattempo il Pd un segretario lo avrà. E non sarà un ‘reggente’ o un ‘re travicello’, avrà pieni poteri.

Il nome del segretario uscirà l’Assemblea nazionale del 13-14 marzo del Pd: si terrà sotto forma di webinar, da remoto, perché in tempi di Covid mille persone non le puoi certo riunire all’Ergife. Saranno le ‘Idi di Marzo’ dei dem. Un rito da tregenda greca a cui il Pd arriva in pieno caos. Ma ieri è stato anche il day after dimissioni di Zingaretti. Fino alla notte precedente, in molti si erano lambiccati il cervello pensando si trattasse del "bluff di un pokerista finto" o "la mossa del cavallo di uno che si crede Renzi". E invece, ieri mattina, ’Nicola’ ha ribadito sui social: "Ringrazio tutti. Per quanto riguarda me, la questione non è quella di un mio ripensamento: non c’è e non ci sarà". E non è finita: i fedelissimi di Zinga si sono tolti lo sfizio di smentire, poco prima della conferma ufficiale, "le ricostruzioni politiciste di chi vive nel Palazzo. Nicola si è dimesso perché era stanco. Nessuno giochino di quelli che piacciono tanto a Lotti e Guerini, amichetti di Renzi". Ma così i tanti appelli e mozioni degli affetti diventano assai inutili: il Pd dovrà presto eleggersi un nuovo segretario.

Infatti, lo Statuto dem prevede che, ratificate le dimissioni del segretario (Zingaretti lo ha fatto con una lettera a Valentina Cuppi, che del parlamentino è il presidente), delle due, l’una. O l’Assemblea (mille componenti, quelli con diritto di voto) procede subito alle primarie, il che è oggi assurdo solo pensarlo, oppure elegge un nuovo leader. Come già fu con Franceschini, dopo Veltroni, nel 2009, con Epifani, dopo Bersani, nel 2013, e con Martina dopo Renzi, nel 2018. Tutti segretari non ‘reggenti’, ma effettivi, veri, anche se, a un certo punto, cedono il passo alle primarie. E solo allora uno come Bonaccini scenderà davvero in campo.