Matteo Renzi e Nicola Zingaretti (ImagoEconomica)
Matteo Renzi e Nicola Zingaretti (ImagoEconomica)

Roma, 15 novembre 2019 - Uno psicologo ci potrebbe vedere una voglia di esorcismo. Certo, il titolo scelto da Zingaretti per la convention di tre giorni, di fatto elettorale, che inizia oggi a Bologna gronda ottimismo: «Gli anni 20 del 2000. Tutta un’altra storia». Riunirà sindaci, amministratori locali, forze sociali e imprenditoriali, dirigenti (ospiti Romano Prodi, Paolo Gentiloni e Maurizio Landini e intellettuali come Massini e Urbinati) per parlare di giustizia sociale e sviluppo, «rivoluzione green, scuola e benessere». Ma con i sondaggi che circolano, e la roccaforte rossa emiliana che traballa sotto i colpi di Salvini, quello slogan rischia di suonare come uno scongiuro. Dal quale trapela più paura che fiducia: le cose, però, stanno come stanno e Zingaretti la battaglia deve giocarsela con le carte che ha in mano. Quella più forte, il nuovo statuto, deve scontare le critiche di 300 segretari di circolo che vorrebbero non fosse votato domenica.

Eh già , perché proprio qui, nella città in cui 30 anni fa Achille Occhetto fece partire la sua svolta mentre cadevano i calcinacci del muro di Berlino, Zingaretti, all’epoca un ragazzo della Fgci, pensa al cambiamento del suo partito. Che non pare, almeno sulla carta, particolarmente pirotecnico: la modifica che salta agli occhi è la fine dell’obbligo di candidare il segretario come premier. Importante all’interno del partito, ma sulle possibilità che il segnale coinvolga il popolo Pd è lecito discutere.

Decisamente più fragoroso, anche per il carattere dell’uomo, lo show che allestisce a Torino in contemporanea l’ex segretario Renzi, con il palese obiettivo di rubare la scena al rivale e di dettare l’agenda, imponendo l’immagine di un leader dinamico a confronto con la lentezza degli alleati. Il nome dell’iniziativa è già un programma: «Shock! Proposte per rilanciare l’economia». Non è un caso se il piatto forte che offre oggi è un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi: un grande piano per le opere pubbliche. «Ci sono 120 miliardi già disponibili», annuncia. In parte per lui si tratta di mettere in campo un’opzione di politica economica diversa da quella dell’esecutivo, in parte vuole attrarre truppe forziste subito per rafforzare la sua pattuglia parlamentare. Che ci siano parecchi azzurri che guardano IV è certo, ma molti di loro vogliono attendere la crisi per fare il passaggio: all’ex premier serve che avvenga ora.

Sia Zingaretti che Renzi si sbracciano per indicare l’immensa novità costituita dal nuovo statuto del Pd per il primo e dal neonato partito per il secondo. In realtà, tutto indica che invece di un salto nel futuro si tratti di un ritorno al passato: il Pd zingarettiano promette di somigliare ai vecchi Ds; Italia Viva ha molto a che spartire con una Margherita 2.0. Con una differenza non secondaria: se Ds e Margherita convergevano verso un partito unitario, le repliche di Zingaretti e Renzi sono destinati a essere rivali.