Don Milani
Don Milani

Roma, 6 maggio 2021 - La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen cita Firenze come base del nuovo rinascimento europeo post-pandemia e soprattutto don Lorenzo Milani, augurandosi che lo straordinario motto "I care" diventi il motto dell’Europa. La von der Leyen ricorda don Lorenzo Milani e la sua esperienza spiegando che "in un paesino vicino a Firenze ci fu un maestro...".

La citazione è interessante, l’esperienza di don Milani ha segnato una buona parte della cultura italiana, e quindi l’iniziativa della von der Leyen coglie nel segno. C’è però un però, grande come una casa. Don Lorenzo Milani non era un maestro ma un prete, vestiva sempre in talare come i preti, volle che sulla sua tomba si scrivesse "sacerdote don Lorenzo Milani priore di Barbiana". Fondò anche una scuola per i ragazzi poveri della zona, perché pensava che compito della fede fosse quello anche di ridurre le distanze sociali così forti in quell’Italia degli anni Cinquanta e che tutto passasse primariamente dall’istruzione. Tutto però partiva dalla fede. Don Milani fu innanzitutto un mistico, un innamorato di Dio. Del Dio cristiano, quello predicato dai preti e dal papa di Roma.

La signora von der Leyen però ne scolora i contorni, laicamente lo racconta come un «maestro», facendo un torto non tanto alla sua figura che non ha bisogno della sbiadita, lei si, von der Leyen, quanto all’immagine dell’Europa che la presidente Ue rappresenta. Specie nel momento in cui si chiede di trasformare "I care" nel motto Ue.

Una quindicina di anni fa l’Unione si divise per lungo tempo sul valore da dare alle famose "radici cristiane", si discusse se citarle nella costituzione europea e poi non se ne fece nulla. Quando poi sono arrivati gli islamisti ci siamo trovati sprovvisti di un terreno culturale comune che non fossero i valori di una società consumistica, genericamente appiattita sull’effimero del politicamente corretto. L’Europa che non riconosce don Milani come un prete e solamente, scialbamente, come un "maestro" tipo quelli che ci sono in tutte la parti del mondo, rinnega il valore dei suoi duemila anni di storia, di progresso e di civiltà che con tutti i suoi difetti quelle radici cristiane hanno permesso. E si condanna a un perdente relativismo.