Roma, 27 luglio 2017 - «Ricalcolo contributivo delle pensioni». L’espressione – che sta alla base della stretta sui vitalizi – è tecnica; la sostanza, però, è tutta concreta e rischia di fare, di nuovo, da detonatore all’allarme più generale creato a suo tempo dalla proposta Boeri: tagliare gli assegni previdenziali più o meno elevati (sopra i 3-5mila euro lordi mensili) calcolati con il vecchio sistema retributivo. Un’idea che il presidente dell’Inps ha sostenuto a più riprese e con varie formulazioni, ma che avrebbe un unico effetto: produrre una sforbiciata agli importi delle pensioni attualmente in pagamento.

In Parlamento, più di una voce autorevole (a cominciare da quella dell’ex ministro del Lavoro Pd Cesare Damiano) ha parlato di «pericoloso precedente», facendo esplicito riferimento all’ipotesi che la soluzione del ricalcolo retroattivo dei vitalizi applicata ai parlamentari possa, in un momento successivo, essere utilizzata per tutte le pensioni. Lo stesso leader grillino Luigi Di Maio, del resto, ha lanciato il messaggio per le prossime tappe: «Preparatevi», si potrà arrivare anche alle pensioni d’oro.

I dossier tecnici in materia, d’altra parte, non mancano. E recano tutti la firma del professore bocconiano, oltre che degli esperti in materia Fabrizio e Stefano Patriarca, quest’ultimo oggi consigliere di Paolo Gentiloni, dopo esserlo stato di Matteo Renzi.

Il progetto viene da lontano. La prima proposta è del 2014 e si trova nero su bianco su la voce.info. La soluzione di Boeri & co. per favorire «l’equità possibile» del sistema pensionistico è riassunta nel sommario dell’intervento: «Niente scuse: è possibile chiedere un contributo di equità basato sulla differenza tra pensioni percepite e contributi versati, limitatamente a chi percepisce pensioni di importo elevato. Si incasserebbero più di quattro miliardi di euro, riducendo privilegi concessi in modo poco trasparente».

In sostanza, si dovrebbero ricalcolare (in modo virtuale), con il metodo contributivo (che mette in relazione l’importo dell’assegno con i contributi versati), tutte le prestazioni previdenziali liquidate nei decenni passati.

La sforbiciata dovrebbe essere progressiva: meno 20 per cento sulla quota «squilibrata» (ovvero sulla quota in più garantita dal metodo retributivo) per pensioni tra 2mila e 3mila euro; meno 30 per cento dello squilibrio su pensioni tra 3mila e 5mila; meno 50 per cento dello squilibrio su pensioni superiori 5mila. Calcolata la stima anche del gettito ottenibile: 4,2 miliardi.

La seconda e più recente ipotesi di intervento è del solo Boeri in quanto presidente dell’Inps e fa parte del documento «Non per cassa, ma per equità».

Ebbene, i presupposti e l’impostazione sono analoghi a quella pubblicata su lavoce.info. Cambiano alcuni parametri di riferimento e le modalità di calcolo del taglio. Ma, senza entrare nei tecnicismi, il risultato è solo un po’ più attenuato rispetto alla versione originaria. In pratica, una volta calcolato lo squilibrio tra rendita e contributi versati, si prevede l’introduzione di un contributo sulla quota squilibrata per le pensioni sopra i 5mila euro lordi mensili. Per quelle tra 3.500 e 5mila euro, invece, il riequilibrio dovrebbe avvenire non attribuendo più per un determinato periodo l’aumento legato annuale all’inflazione. Insomma, comunque la si metta, il ricalcolo è la premessa di una riduzione dell’assegno.