Il senatore Luigi Vitali (Ansa)
Il senatore Luigi Vitali (Ansa)

La retromarcia del senatore forzista Luigi Vitali che ieri sera aveva annunciato il salto della quaglia verso il sostegno al governo Conte e stamani ha dichiarato il proprio rientro nel centrodestra ("ci ho ripensato, non appoggio più il premier") mettono in forte imbarazzo il tentativo messo in atto dal presidente del Consiglio per resistere nella sua fortezza Bastiani di palazzo Chigi. Ne evidenziano tutte le criticità, numeriche e politiche. Numeriche perché al di là delle chiacchiere i numeri di questo fantomatico gruppo dei responsabili non ci sono, e il fatto che per farlo ufficialmente registrare si sia dovuto ricorrere a un "prestito" del Pd la dice lunga (il Nazareno ha "ceduto" temporaneamente una senatrice della minoranza slovena); politiche perché è ormai chiara l’insussistenza di un qualsiasi vincolo ideale, programmatico e appunto politico tra i senatori che ne sono entrati a far parte.

Il tentativo di Conte viene smascherato per quello che è, ossia un malriuscito e abborracciato, quasi maccheronico, esperimento trasformistico. Stupisce che tutto ciò trovi avalli in alto, in primis in quel Pd che pure dice di avere a cuore i destini del Paese, e non fa che denunciare l’inaffidabilità di Matteo Renzi. La domanda sporge spontanea: un governo retto da tanti Vitali (che il giorno dopo ci ripensano) o dai Ciampolillo di turno (quelli che ancora non sono entrati e chiedono ministeri) è più affidabile di uno con Renzi o in una larga coalizione che coinvolga le migliori risorse della Repubblica? Può il Paese, in un momento così difficile, permettersi un esecutivo che si regge su quattro scappati di casa, che stanno insieme solo per bieche motivazioni personali e oscuri interessi?  

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