Enrico Letta, classe 1966, dal 14 marzo di quest’anno è il segretario dei dem
Enrico Letta, classe 1966, dal 14 marzo di quest’anno è il segretario dei dem
Stabilito che Mario Draghi è stato tranchant ("non risponderò a domande sul Quirinale o su futuri sviluppi") e che Matteo Salvini ripete, da giorni, come un disco rotto, che "sto lavorando con contatti a 360 gradi per garantire una scelta rapida, di alto profilo e di centrodestra", il 'Grande Gioco' del Colle inizia a carburare. Passi, seppur millimetrici, vengono fatti e le pedine si vanno posizionando sulla scacchiera. I primi a muoversi sono i centristi, forse decisivi. Matteo Renzi e i suoi fanno capire due punti: uno, il leader di Iv, mentre fino a ieri l’altro brigava per lasciare Draghi dov’è, ora vuole spedirlo al Colle perché solo lo spostamento al Quirinale è la garanzia che non ci saranno elezioni anticipate. L’altro input che mandano i renziani è che non sono disponibili a sostenere la...

Stabilito che Mario Draghi è stato tranchant ("non risponderò a domande sul Quirinale o su futuri sviluppi") e che Matteo Salvini ripete, da giorni, come un disco rotto, che "sto lavorando con contatti a 360 gradi per garantire una scelta rapida, di alto profilo e di centrodestra", il 'Grande Gioco' del Colle inizia a carburare.

Passi, seppur millimetrici, vengono fatti e le pedine si vanno posizionando sulla scacchiera. I primi a muoversi sono i centristi, forse decisivi. Matteo Renzi e i suoi fanno capire due punti: uno, il leader di Iv, mentre fino a ieri l’altro brigava per lasciare Draghi dov’è, ora vuole spedirlo al Colle perché solo lo spostamento al Quirinale è la garanzia che non ci saranno elezioni anticipate. L’altro input che mandano i renziani è che non sono disponibili a sostenere la candidatura di Berlusconi, come invece si era detto e a lungo. L’altra mossa la faranno, domani, altri centristi, quelli di Coraggio Italia di Toti e Brugnaro, ma in questo caso si tratta di centristi 'anfibi': eletti con il centrodestra, in teoria ne fanno parte e fino a ieri venivano contati dentro i 451 voti questi, ma ormai è chiaro che fanno gioco soltanto per loro stessi. Tanto che, in vista della riunione che i 31 Grandi elettori di Coraggio Italia (21 deputati, 9 senatori, il governatore ligure Toti) terranno domani, viene fuori da fonti accreditate del partito, che la scelta sarà quella di puntare su Mario Draghi e, quindi, non sostenere la candidatura Berlusconi.

Uno scarto di lato di non poco conto perché i 31 Grandi elettori di CI, sommati ai 44 di Italia viva, fa 75. Un bel gruzzolo, per chi si sente quirinabile e sui quali, da oggi, Berlusconi non può contare. La terza parte in commedia la gioca il Pd che oggi riunirà la segreteria e giovedì la direzione (che il 24 non votano), allargata ai gruppi parlamentari (che votano, per il Colle). Ieri sera ha parlato, e diffusamente, Enrico Letta. Lo spauracchio di una candidatura di Berlusconi è ben presente, a Letta. In una intervista il segretario del Partito democratico ha lanciato l’altolà: "Le parole di Berlusconi (se Draghi va al Colle, cade il governo, ndr) sono molto gravi. Spero che le smentisca. La loro tempistica è sbagliatissima".

Letta giudica il Cavaliere "un candidato divisivo in quanto capo partito, come lo sono io, Salvini o Conte. Il presidente deve essere istituzionale". Poi Letta fa un appello, ma destinato a cadere nel vuoto: "Ci aspettano settimane complicate, questo non è il momento del muro contro muro, chi lo scatena si assume una grandissima responsabilità. È il momento dell’unità e della condivisione".

Dal Nazareno si continua a predicare "unità" sia interna al Pd (nei gruppi parlamentari le voci per un Mattarella bis si fanno sempre più insistenti) sia verso gli alleati (M5s, soprattutto, e LeU), in vista di quel nuovo patto di consultazione a tre (Letta-Conte-Speranza) che, stipulato una prima volta, è già diventato carta straccia. I 5S, infatti, sono divisi in partes tres come la Gallia di Cesare. Una parte, specie i senatori pentastellati, punta al bis di Mattarella, una parte (l’ala che fa capo a Di Maio) vorrebbe promuovere Draghi al Quirinale e una terza (i seguaci di Conte) cerca il dialogo con il centrodestra se, tolto di mezzo Berlusconi, proponesse un nome potabile, meglio se donna.

In ogni caso, visto che tutti gli altri partiti aspettano, come le tavole della Legge, che il Pd parli per primo, rischiano di restarne assai delusi. Ma almeno per il momento il Pd parlerà di "metodo" e di "scelta condivisa", senza fare nomi, tanto meno quello di Draghi. Alla fine, come è giusto che sia, il vertice davvero decisivo sarà quello del centrodestra di venerdì. Se il nome di Berlusconi sarà realmente in campo e ufficiale, è un conto. Se no, sarà un altro film.

E pare che Salvini e la Meloni siano decisi a chiedere a Berlusconi un conto preciso dei numeri a disposizione, senza accontentarsi stavolta di assicurazioni generiche. "Ci deve dire davvero quanti voti ha, per eccesso. Nomi e cognomi", dice una fonte leghista.