Luigi Di Maio (ImagoE)
Luigi Di Maio (ImagoE)

Roma, 4 settembre 2019 - Il gran passo indietro di Andrea Orlando lo ha reso furioso. Lui voleva essere vicepremier e capodelegazione Pd. Ma ha visto evaporare del tutto la prima casella e per la seconda ha prevalso Dario Franceschini. Il giorno in cui Rousseau ha dato il suo (scontato) placet, il premier Giuseppe Conte lavora a una ipotesi che vede 9 ministeri a M5s, 8 al Pd e uno a Leu. Premesso che al Viminale – desiderata del Colle – dovrebbe andare un supertecnico, e in pole position c’è l’ex prefetto di Milano Luciana Lamorgese di una incollatura su Alessandro Pansa, il Pd richiede con forza il dicastero dell’Economia
 
Il segretario Zingaretti fortemente vuole l’europarlamentare Roberto Gualtieri, al quale si racconta fu Zingaretti, all’epoca segretario della Fgci romana, a consegnare la tessera della organizzazione giovanile del Pci. Se il Pd avrà l’Economia scalzando un tecnico (erano in pista l’ex direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi, l’ex Fmi Carlo Cottarelli ma soprattutto il numero due della Bce Dario Scannapieco) non potrà avere al tempo stesso lo Sviluppo Economico (per il quale era pronta Paola De Micheli) e Lavoro. Manterrebbe quest’ultima casella (nome ancora in divenire) ma perderebbe lo Sviluppo economico che andrebbe ai Cinque Stelle (probabilmente Stefano Buffagni in vantaggio su Laura Castelli) e prenderebbe da M5s le Infrastrutture, dove slitterebbe la De Micheli. 

Uno degli elementi chiave emersi ieri è che che per dare un segno di novità il Pd presenterà un solo ex ministro. E purtroppo per Orlando sarà Dario Franceschini, che avrà il ruolo di capo delegazione. Fino al pomeriggio Franceschini era dato al suo vecchio ministero, i Beni Culturali, ma in serata si è affacciata l’ipotesi di portarlo alla Difesa, dove era dato favoritissimo Guerini. Se Franceschini passasse alla Difesa, ai Beni Culturali potrebbe andare la renziana Anna Ascani. 

A un'altra renziana, Teresa Bellanova, potrebbero andare le Risorse Agricole (o il Lavoro), ‘liberatesi’ per la decisione di presentare in delegazione un solo ex ministro, il che ha fatto fuori Maurizio Martina. Al Pd andrebbero anche altri due ministeri: gli Affari Europei all’ex sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola (preferito alla Quartapelle) e il Sud al vicedirettore dello Svimez Giuseppe Provenzano. 
Il M5s dovrebbe avere gli Esteri con Luigi Di Maio, la Giustizia con Alfonso Bonafede, l’Ambiente con Sergio Costa, l’Istruzione con Nicola Morra (in vantaggio su Lorenzo Fioramonti), la Sanità con Giulia Grillo, i Rapporti con il Parlamento con Riccardo Fraccaro, gli Affari Regionali con Federico D’Incà o Barbara Lezzi.  

A queste si aggiungerebbe la casella della Famiglia e una poltrona tra quella delle Infrastrutture (nel caso il capogruppo al Senato Patuanelli) o del Mise (Buffagni o Castelli). Il ministro di Leu – che si è candidato per le Pari Opportunità – dovrebbe essere Roberto Speranza, in vantaggio su Vasco Errani e Rossella Muroni. Per il cruciale ruolo di sottosegretario alla presidenza, di primo piano dopo l’uscita di scena delle caselle dei vicepremier, ieri sera era in atto un serrato confronto tra M5s che vorrebbe Vincenzo Spadafora e Giuseppe Conte che vorrebbe accanto a se un fedelissimo come Roberto Chieppa, oggi segretario generale di Palazzo Chigi.