Roma, 26 luglio 2017 - «È una delle nostre battaglie, ora vediamo. È tutto così complicato in questo Paese. Secretano i dati, non si capisce se le pensioni sono reversibili o no, da psicodramma! Il concetto è che dovrebbero andare in pensione come tutti i cittadini. È buonsenso, mi appello al buonsenso». Uscendo dal suo rifugio strategico all’Hotel Forum di Roma per raggiungere la Camera, Beppe Grillo ha vissuto in prima fila, ieri, la discussione finale sulla legge sui tagli ai vitalizi, di cui ha riconosciuto la paternità al Pd. «Vogliono la paternità? Se la prendano, è una questione morale...». Oggi non tornerà in Aula («Tanto so come va a finire...») visto che la vera battaglia su questa legge sarà al Senato, dove i numeri sono meno certi di Montecitorio. E dove rischia di arenarsi in autunno. Intanto, però, la ‘bandierina’ di propaganda sarà stata piantata (il voto finale della legge è previsto per stamattina) e si comincerà a parlare di ‘passo in avanti’ verso l’equità del sistema pensionistico che esclude i ‘privilegi’ di pochi.

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La legge Richetti prevede, infatti, che l’assegno di fine mandato sia più light per i parlamentari, anche se solo dalla prossima legislatura. Le novità principali sono due: la stretta toccherà anche gli ex ‘onorevoli’, decisione oggetto di grandi polemiche, e gli assegni in futuro non arriveranno al compimento dei 65 anni ma più in avanti, in linea con la riforma Fornero. Finora i vitalizi per chi è stato eletto – ma non è più in carica – sono costati 190 milioni di euro e hanno riguardato 2.600 parlamentari. L’erogazione dei vitalizi resterà in capo a Camera e Senato e non passerà dunque all’Inps, come invece avrebbe preferito il presidente dell’Istituto, Boeri, ma la commissione Bilancio gli ha detto no. Il fronte del sì pare compatto: sulla carta c’è l’ok di Pd, M5s, Lega, parte di FI e Fd’I, ma anche di SI e Mdp. A tenere banco i rilievi di Renato Brunetta (FI), ma soprattutto quelli di Cesare Damiano (Pd), ex ministro e oggi presidente della commissione Lavoro della Camera. «Quello che ritengo totalmente sbagliato – spiega Damiano – è che per raggiungere l’obiettivo si adotti il ‘ricalcolo’ di tutti i contributi, anche procedendo retroattivamente. È un precedente pericolo che potrebbe, un domani, vedere la sua applicazione ai lavoratori e alle pensioni in essere; è un mostro volutamente incostituzionale». A rispondergli è stato Francesco Sanna (Pd): «Votiamo i nuovi criteri di calcolo dei vitalizi, ma questo non significa che applichiamo questi criteri, né che li applichiamo in via analogica, né che facciamo un invito al legislatore di applicarli ad altre categorie di dipendenti. Lo abbiamo detto lo ripetiamo, come criterio di una volontà». 
 
Immediata la replica di Rocco Buttiglione: «Pessimo metodo legislativo: non si può costituire un precedente e dire che non lo si è fatto. Se la Corte costituzionale deciderà che è un precedente, lo sarà». Insomma, un pasticcio che nasce male e può avere conseguenze peggiori. Per tutti. Intanto, gli ex parlamentari non ci stanno. C’è chi parla di «amarezza», c’è chi ricorda le vedove che vivono con le pensioni di reversibilità e chi racconta la sua incredibile storia: con la legge Richetti si ritroveranno senza pensione Inps e senza quella da deputato. Esemplare la storia di Enzo Raisi, ex deputato bolognese di An: dopo 20 anni di contributi Inps viene eletto e per i 15 anni alla Camera versa i contributi per il vitalizio. Ora questo gli verrà decurtato e non avrà nemmeno la pensione Inps. «Se aggiungo che ho fatto 25 anni il consigliere comunale e l’assessore per i quali giustamente non è previsto alcuna pensione ho fatto bingo. Ringrazio il mio Paese ho solo fatto male a fare politica e a non rubare», conclude amaro.