"Qui si osserva che la più a sinistra in questo governo è Mara Carfagna (e che le donne le porta Silvio)" scrive, su Instagram, la giornalista ed ex direttrice de l’Unità, Concita De Gregorio. Una palla che, già bella che alzata, andava solo schiacciata. Si parla del caso dell’assenza di una qualsivoglia presenza femminile nella delegazione del Pd al governo: tre ministri (Guerini, Franceschini, Orlando), tutti e tre assai maschi. Nel Pd, per questo, le donne sono entrate sul piede di guerra. La bambola, come si dice a Roma, parte venerdì sera. Appena legge la lista dei ministri, la senatrice Valeria...

"Qui si osserva che la più a sinistra in questo governo è Mara Carfagna (e che le donne le porta Silvio)" scrive, su Instagram, la giornalista ed ex direttrice de l’Unità, Concita De Gregorio. Una palla che, già bella che alzata, andava solo schiacciata.

Si parla del caso dell’assenza di una qualsivoglia presenza femminile nella delegazione del Pd al governo: tre ministri (Guerini, Franceschini, Orlando), tutti e tre assai maschi. Nel Pd, per questo, le donne sono entrate sul piede di guerra. La bambola, come si dice a Roma, parte venerdì sera. Appena legge la lista dei ministri, la senatrice Valeria Fedeli – tostissima ex segretaria dei tessili della Cgil, riformista doc – non ci vede per la rabbia e scrive su Twitter: "Non riesco a capacitarmi. Neanche una donna del mio partito nell’elenco di ministre e ministri".

Dopo di lei, prima sui social e poi sulle agenzie, la piena femminista diventa un’inondazione e tutte le donne dem si ribellano. Cecilia D’Elia (zingarettiana al midollo) parla di "una ferita che brucia". Valentina Cuppi, sindaco di Marzabotto e presidente dell’Assemblea nazionale dem, s’indigna: "Stavolta la misura è colma", dice, ma assicura che "Zingaretti non c’entra nulla, lui s’è battuto come un leone" (la Cuppi, ovviamente, è pure lei zingarettiana, e di ferro) e annuncia la convocazione ad horas della Conferenza delle donne, il che vuol dire che l’organo, effettivamente, esiste.

Deborah Serracchiani si chiede, pensosa, "se il Pd sia ancora un partito per donne" e teme che la risposta sia "no". Laura Boldrini, ex presidente della Camera che si faceva declinare il titolo al femminile e che nel Pd è una new entry, parla di "fatto gravissimo, vergognoso. Non basterà di certo che ora entri qualche sottosegretaria, per il Pd", assicura.

Vergano parole di fuoco, contro il "maschilismo sessista", anche Marianna Madia e Titti Di Salvo, altra ex cigiellina. Inoltre, alcune aree – dai Giovani Turchi (strepitosa Giuditta Pini: "Non vogliamo posti, preferiamo restare a casa a cucinare la cena per i nostri uomini", scrive su Twitter) ad alcuni sindaci (Antonio Decaro di Bari) usano la materia per cavalcare una lotta congressuale di fatto già cominciata.

Livia Turco, ex ministro che viene dal Pci (dove il maschilismo era una cosa seria, ma il femminismo pure), tuona: "Ha vinto un’insopportabile logica maschilista e correntizia". Ma a sua volta giura: "Zingaretti non c’entra!". Parole che, però, incuriosiscono. Il segretario e il suo inner circle – cioè coloro che la delegazione dem di ‘vires’ l’hanno composta, mettendo nella rosa solo maschietti – negano l’infamia di aver dimenticato le donne dalla lista.

Dunque, la colpa non è loro, ma di qualche Entità superiore (Draghi? Mattarella? Domine Iddio?) che punisce e frustra le scelte politically correct che si voleva fare al Nazareno. Solo i tre ministri maschi, come le loro rispettive correnti di appartenenza (Base riformista per Guerini, Area dem per Franceschini e Dems di Orlando) restano muti. Tetragoni, certamente, e imbarazzati, ma almeno non ancora spudorati.