Roma, 18 gennaio 2021 - Avanti, come se nulla fosse. Mantenendo un precario equilibrio nella speranza che domani qualcosa di più solido arrivi a salvarlo: il pressing verso Udc e Iv è diventato asfissiante. Oggi, Conte si presenta alla Camera: strada in discesa, maggioranza sicura. I toni non dovrebbero essere quelli adoperati nel 2019 con Salvini, su questo il consiglio del Pd è stato fermo: "Non esagerare, se Renzi si incattivisce e passa dall’astensione al voto contro, dal Senato non usciamo vivi". La prova vera sarà lì. Il miraggio della maggioranza assoluta è svanito da un pezzo. A illustrare il nuovo traguardo è il premier: 158 voti, con qualche assenza di Forza Italia, così da dimostrare "che anche con il voto contrario di Renzi il governo passerebbe". Al momento il...

Roma, 18 gennaio 2021 - Avanti, come se nulla fosse. Mantenendo un precario equilibrio nella speranza che domani qualcosa di più solido arrivi a salvarlo: il pressing verso Udc e Iv è diventato asfissiante. Oggi, Conte si presenta alla Camera: strada in discesa, maggioranza sicura. I toni non dovrebbero essere quelli adoperati nel 2019 con Salvini, su questo il consiglio del Pd è stato fermo: "Non esagerare, se Renzi si incattivisce e passa dall’astensione al voto contro, dal Senato non usciamo vivi". La prova vera sarà lì. Il miraggio della maggioranza assoluta è svanito da un pezzo. A illustrare il nuovo traguardo è il premier: 158 voti, con qualche assenza di Forza Italia, così da dimostrare "che anche con il voto contrario di Renzi il governo passerebbe". Al momento il pallottoliere piange: la forbice resta tra i 151 e i 153 voti sicuri, anche se un spiraglio sembra essersi aperto in extremis. C’è chi dà in avvicinamento dall’Udc Binetti e Saccone e due senatori di Italia Viva (Comincini e Grimani). Politicamente oltre che numericamente sarebbe un colpaccio.

Ieri i capigruppo di maggioranza si sono visti con il ministro D’Incà, hanno fatto il punto sulla strategia parlamentare, riguardato i conti. La maggioranza relativa – pur se striminzita – dovrebbe esserci. Difficile, come rilancia qualcuno, che Conte salga al Colle senza aspettare il voto al Senato. Certo: c’è chi teme la coltellata alle spalle da parte dei renziani, ma è improbabile. Non è questo il gioco dell’ex premier: il rischio sarebbe altissimo, potrebbe disintegrarsi il suo gruppo. Piuttosto, Renzi mira a dimostrare che senza Iv il governo può sì sopravvivere, ma come una classica anatra zoppa, o peggio. Un’anatra sulla sedia a rotelle. Da quel fronte i timori sono probabilmente ingiustificati. L’altra incognita sono quei cinque senatori grillini che Salvini fa capire di avere nel taschino, pronto a tirarli fuori al momento opportuno. Che sia sbruffonaggine o meno non si sa, ma momento più opportuno non c’è: quei voti rovescerebbero ogni previsione. Se invece tutto andrà come previsto, Conte uscirà da Palazzo Madama presidente del Consiglio, ma in una situazione difficilissima. Non tanto per i numeri scarsi, in Parlamento oramai i provvedimenti arrivano con il contagocce per lo più riguardano le due emergenze, sanitaria e economica, e nessuno può permettersi colpi bassi senza rischiare il linciaggio. Nelle due commissioni chiave – Affari costituzionali e Bilancio – la maggioranza mantiene il controllo. Passata l’emergenza Covid la situazione diventerà insostenibile, ma per il momento si può procedere. Il guaio è politico, l’’operazione responsabili’ è fallita come il tentativo di dare dignità a questa maggioranza nobilitandola con un accordo politico senza lasciarla appesa agli umori individuali di un drappello di senatori incontrollabili. Nel Pd ostentano ottimismo, si dicono convinti che chi non è arrivato, arriverà. Ma il tempo non è infinito: un mese o poco più per formare un nuovo gruppo in grado di compensare le defezioni renziane poi tutto torna in ballo. Conte ci spera, il Pd pure: gli appelli si moltiplicano, l’ultimo il premier lo farà in Aula. Non sono speranze ingiustificate: è già successo in passato.

Però se domani i numeri saranno troppo esigui la tentazione per i "non ancora" responsabili sarebbe debolissima. Non è l’unico problema: la sfida tra Matteo e Giuseppe ha mascherato la vera origine del disagio, la tensione tra un premier che non vuole cambiare niente e un Pd che del suo governo vorrebbe cambiare tutto, tranne il nome del premier. Una contraddizione riemersa negli ultimi giorni, e anche su questo conta Renzi convinto che se domani la maggioranza si rivelerà platealmente esigua sarà questione di tempo prima che si riapra quel dialogo con lui che ieri tutti consideravano impossibile. Oggi lo è davvero, anche se le cose potrebbero cambiare ove, a sorpresa, Conte finisse disarcionato dall’Aula di Palazzo Madama.