Roma, 15 maggio 2018 - Come i Dieci piccoli indiani, la giostra della politica produce la propria vittima quotidiana, sacrificata sull’altare di una girandola impazzita di veti e controveti che in un paio di mesi ha portato sull’altare e poi di nuovo sulla polvere ignoti e a volte anche ignari professori fino a quel momento in altre faccende affaccendati. E siccome l’uomo è debole e fa presto a immaginare i migliori destini per sé, molti sono stati i completi blu tirati fuori dall’armadio al primo stormir di retroscena, perché non succede, ma se succede bisogna farsi trovar pronti. Anche Giulio Sapelli ieri aveva avuto il tempo di farci la bocca, tanto da iniziare a stilare la lista dei ministri. «Si è vero mi hanno contattato. Ho dato subito la mia disponibilità». Ma no! Quel professor Sapelli che due mesi fa giurava di non sognarsi neppure di fare il ministro – anche in questo caso senza che nessuno glielo avesse chiesto – ieri in un eccesso di sincerità o di follia ha ammesso di essere lui, oltre al collega Giuseppe Conte, il «terzo uomo» di cui il Paese ha bisogno. «Sto aspettando che mi chiamino per andare al Quirinale». Per adesso il telefono non ha squillato. «Avranno cambiato idea». 

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Ma Sapelli è solo l’ultimo di una lunga teoria di trombati a loro insaputa su cui la politica come in un gioco beffardo ha esercitato il proprio sadismo, da quando, il 5 marzo, si era capito che difficilmente uno dei big sarebbe entrato a Palazzo Chigi. Il primo a crederci fu il professor Giovanni Maria Flick, ex ministro ed ex di molte altre cose, che quando un giornale fece il suo nome accettò inviti a ospitate tv e rilasciò interviste per dire che nessuno l’aveva contattato, ma che lui era «a disposizione». In genere la regola aurea è il silenzio, ma ci sono anche casi di persone talmente morte (politicamente, si intende) che per ricordare di essere ancora al mondo decidono di mettere il capo fuori. Il primo indiano fu lui.

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Man mano che la crisi si è avvitata, le emergenze del Paese crescevano e l’ipotesi di un terzo uomo si è fatta più concreta, anche la girandola è salita d’intensità. Dopo il via libera di Berlusconi all’appeasement Salvini-Di Maio fu la volta del professor Enrico Giovannini, ex ministro ed ex presidente dell’Istat. Il suo nome restò nelle penne dei retroscenisti più di un mattino, e anche Giovannini ha avuto il tempo di crederci. 
È stato intelligente da non proferire verbo, ma quell’insistenza dei Cinquestelle sui tempi della povertà e il suo impegno con una fondazione analoga (Alleanza per lo Sviluppo sostenibile) avevano creato più di una assonanza possibile. Poi anche per lui arriva il veto. È il secondo indiano. Ed è in quel momento, quando la stesura del «contratto» diventa più veloce, che la giostra inizia a impazzire. 
 
In un paio di giorni gli indiani cadono uno dopo l’altro. I politici si eliminano a vicenda, da Salvini a Di Maio passando per Giorgetti, Fraccaro e la Bongiorno. Tutti uccisi in culla. Poi si torna ai tecnici. Quindi ecco il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni - tirata in ballo pure per il governo neutrale di Mattarella – il civil servant Giampiero Massolo, il professor Guido Tabellini, e per ultimo Sapelli. Tutti premier per una notte, alcuni anche meno.