Berlusconi in tribunale per le dichiarazioni spontanee sul caso Sme. Era il 2003 (Ansa)
Berlusconi in tribunale per le dichiarazioni spontanee sul caso Sme. Era il 2003 (Ansa)

Bologna, 20 aprile 2019 - L’altra sera a Porta a Porta Matteo Salvini ha detto che sta pensando a una riforma del reato di abuso di ufficio. "Un avviso di garanzia potrebbe arrivare a chiunque: a me, a lei dottor Vespa, a voi giornalisti", ha detto il ministro dell’Interno. È vero: un abuso di ufficio non lo si nega a nessuno. E le conseguenze, nel clima di oggi, voglio dire con l’uso politico della giustizia che si fa oggi, ecco, le conseguenze sono ben più pesanti di quanto previsto dal codice penale. Succede che per un abuso di ufficio si debba dimettere un sindaco, o un ministro, o un governo intero. Poi magari si chiude tutto con un’assoluzione, ma intanto la frittata è fatta, perché appena si apre un’inchiesta le tricoteuses della politica urlano "Dimissioni! Dimissioni!".

Salvini ha detto di saper benissimo che chissà quanti storceranno il naso, peggio ancora si stracceranno le vesti, per questa sua proposta: ma il ministro Giulia Bongiorno sta già studiando il caso.

Salvini ha ragione? O ha torto? Di sicuro la questione giudiziaria condiziona la politica italiana da tanto tempo. C’è una data che segna lo spartiacque: 17 febbraio 1992, giorno dell’arresto di Mario Chiesa, inizio di Mani Pulite. Nei mesi e negli anni che seguirono, l’indignazione popolare portò a un consenso quasi plebiscitario nei confronti di Antonio Di Pietro – il pm che aveva scardinato il sistema – e di tutta la magistratura.

Anche i giornali, a lungo, furono tutti allineati nella campagna moralizzatrice, che partiva sì da una giusta causa (la corruzione c’era davvero, eccome se c’era) ma finì con il travolgere tutti, senza più distinzioni. Seguivo allora, per il Corriere della Sera, quell’inchiesta: e ricordo che cominciai ad avere qualche dubbio il giorno che in prima pagina avevamo messo tutti il nome di un parlamentare democristiano indagato per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Avevamo scritto tutti il reato contestato: ma nessuno era andato a verificare in che cosa consisteva, quel reato. Ebbene: consisteva nell’aver portato in un seggio elettorale dei sandwich, alle ultime elezioni, agli scrutatori della Dc. Meno che una scemenza, ma la ricaduta mediatica fu tale da stroncare una carriera. E Carlo Tognoli, ex sindaco di Milano, finì nei guai per aver ricevuto dei francobolli per affrancare la posta elettorale. Il ciclone non risparmiava nessuno.

Molti anni sono passati da allora, la fiducia nella magistratura è molto calata, il fronte dei giornali non è più così coeso: ma è rimasta, ad avvelenare tutto, la guerra degli avvisi di garanzia. Silvio Berlusconi non è stato sfiorato da alcuna inchiesta giudiziaria fino a quando non è entrato in politica: poi ha subìto innumerevoli processi, e sarà pur stato colpevole di qualcosa (ha collezionato anche molte assoluzioni, però) ma in ogni caso non c’è dubbio che i suoi rivali politici abbiano cercato di abbatterlo per via giudiziaria. Ed è vero che il giustizialismo non ha risparmiato nessuno, anche i politici di sinistra sono finiti spesso nel tricarne e un governo Prodi cadde per un’indagine poi finita nel nulla. Oggi nel mirino ci sono Lega e Cinque Stelle, Pd e Forza Italia, insomma tutti.

La questione giustizia (o meglio: l’uso improprio della giustizia) condiziona l’attività di chiunque amministri qualcosa, perché davvero basta una distrazione per ricevere un avviso di garanzia per abuso d’ufficio; e davvero qualsiasi avvio di un’indagine viene amplificata come fosse una condanna definitiva. La questione giustizia paralizza molti lavori pubblici e influisce pure sulla qualità della classe dirigente della politica, perché sono sempre meno le persone di valore che si impegnano – per esempio – a fare il sindaco: sanno che può bastare una sciocchezza per rovinarli.

La questione giustizia insomma c’è, e da molto tempo. Provò a sollevarla Berlusconi: ma, da eterno imputato, era il meno adatto a risolverla. Ci riprovò Renzi, e sappiamo come è andata a finire. Ora ci prova Salvini, e anche per lui non sarà facile, perché i suoi alleati il giustizialismo ce l’hanno nel Dna, tanto che per il sottosegretario Siri hanno chiesto subito le dimissioni. E così, dopo un anno di convivenza difficile ma comunque di convivenza (davvero questo governo sembra Casa Vianello: si litiga tutti i giorni ma non ci si separa mai), se divorzio ci sarà, ci sarà per l’eterna questione giustizia.