Mario Draghi in Senato (Ansa)
Mario Draghi in Senato (Ansa)
Per giorni e settimane hanno parlato gli altri di lui. Ieri ha finalmente parlato lui, Mario Draghi. Com’era prevedibile, ha parlato con il suo stile, che è quello di un banchiere. Ma, com’era meno prevedibile e anzi del tutto imprevisto, ha mostrato che anche i banchieri possono avere un’anima. La sua, di anima, è soprattutto italiana. Sembra un paradosso: ma ci voleva un europeista convinto, un nemico di tutti i sovranisti, per farci sentire di nuovo tutti orgogliosi di essere italiani. Uno dei passaggi più importante è stato forse quello in cui ha ricordato che all’estero pensano dell’Italia molto meglio di quanto siamo soliti pensarne, e parlarne, noi. "Italiano sarà lei!", siamo infatti soliti ripetere per prendere le distanze dai nostri vizi, veri e presunti. Invece Draghi ci ha ricordato ieri che italiani siamo noi. Tutti noi. Italiani siamo noi, e nella nostra storia c’è Cavour – il primo nome citato – e c’è la ricostruzione del dopoguerra, e c’è la stagione degli anni di piombo, e c’è il giorno in cui rapirono Moro e...

Per giorni e settimane hanno parlato gli altri di lui. Ieri ha finalmente parlato lui, Mario Draghi. Com’era prevedibile, ha parlato con il suo stile, che è quello di un banchiere. Ma, com’era meno prevedibile e anzi del tutto imprevisto, ha mostrato che anche i banchieri possono avere un’anima. La sua, di anima, è soprattutto italiana. Sembra un paradosso: ma ci voleva un europeista convinto, un nemico di tutti i sovranisti, per farci sentire di nuovo tutti orgogliosi di essere italiani. Uno dei passaggi più importante è stato forse quello in cui ha ricordato che all’estero pensano dell’Italia molto meglio di quanto siamo soliti pensarne, e parlarne, noi.

"Italiano sarà lei!", siamo infatti soliti ripetere per prendere le distanze dai nostri vizi, veri e presunti. Invece Draghi ci ha ricordato ieri che italiani siamo noi. Tutti noi.

Italiani siamo noi, e nella nostra storia c’è Cavour – il primo nome citato – e c’è la ricostruzione del dopoguerra, e c’è la stagione degli anni di piombo, e c’è il giorno in cui rapirono Moro e le bandiere rosse del Pci si mescolarono, nelle piazze, con quelle bianche della Dc. Italiani siamo noi e nella nostra storia ci sono momenti in cui l’unità nazionale fu più importante di ogni divisione, anche profonda.

"La nostra responsabilità nazionale" è stato il suo primo pensiero, "per combattere con ogni mezzo la pandemia". E poi, che cos’è questo strano governo che nasce? Che tutti cerchiamo di etichettare in un qualche modo? Come si chiama? È un governo di unità nazionale? O di solidarietà nazionale? Il nostro nuovo premier ha detto che "non c’è bisogno di aggettivi", che è "semplicemente il governo del Paese", perché in una situazione drammatica come questa non c’è altro da fare che governare il Paese.

Le parole precise le potete trovare nelle quattro pagine, estraibili e conservabili, al centro del giornale, dove abbiamo pubblicate il testo integrale del discorso. Ma i concetti, in sintesi, sono questi. E sono chiari. Draghi ha spiegato che questo suo governo "non è il fallimento della politica" ma è, al contrario, l’espressione dello "spirito repubblicano". A tutti è stato chiesto, per il bene comune, di rinunciare a qualcosa. Ma nessuno, ha spiegato Draghi, ha fatto un passo indietro: semmai, tutti hanno fatto un passo in avanti per rispondere alle necessità del Paese. Governo tecnico? Governo dei migliori? Governo delle larghe intese? "Siamo – ha detto Draghi guardando i suoi ministri, ma anche tutti i senatori chiamati a dargli la fiducia – semplicemente cittadini italiani".

Il premier ha parlato per 51 minuti, ma è stato soprattutto nel primo quarto d’ora che ha svelato di avere un’anima. Ha ammesso, quasi subito, di non aver "mai provato un’emozione così intensa" ed emozionato lo era davvero, al punto da incespicare sul numero dei ricoverati (l’avesse fatto Toninelli) e al punto anche da chiedere, alla fine, mentre tutti applaudivano, quando avrebbe potuto mettersi a sedere. È stato qui, in questo primo quarto d’ora, che Draghi ha toccato, oltre che le corde della ragione, pure quelle del cuore. Ha parlato delle "generazioni successive", citazione degasperiana per bacchettare indirettamente l’abitudine dei politici di oggi di pensare solo, al massimo, alla prossima campagna elettorale. "Che non ci debbano un giorno rimproverare per il nostro egoismo", ha detto. E ancora un altro richiamo all’Italia che si seppe unire per risollevarsi dalla guerra: "La mia generazione ha fatto per i nostri figli e nipoti quello che i nostri nonni e genitori fecero per noi?".

Italiani siamo noi, e Draghi ci ha ricordato dove stanno, da che parte stanno gli italiani. Con l’Europa. Nell’alleanza atlantica. Ancorati a "tradizionali alleati che in passato ci hanno portato pace e benessere". La Russia? Sì, dialogare: "Ma siamo preoccupati per le notizie che ci giungono sulle violazioni ai diritti civili". La Cina? Solo una battuta fugace, e tranchant: "Seguiamo con preoccupazione quel che accade in Asia".

Il Draghi della seconda parte del discorso è stato il Draghi che più conosciamo. Non certo un trascinatore di folle. Un banchiere freddo e preciso che ha elencato tutti i nodi che il suo governo dovrà affrontare e sciogliere: il piano contro la pandemia, la scuola, il fisco, la giustizia civile, la pubblica amministrazione, i licenziamenti, il sostegno all’economia. Eccetera. È stato un elenco puntuale e non certo elettrizzante: ma è su questo che si giocherà il suo governo. È su questo che Draghi confermerà o deluderà le (enormi) aspettative che lo accompagnano in queste ore. Avevamo bisogno di un’unità nazionale: ma anche e soprattutto di una guida competente, capace. Di un "uomo del fare" che prendesse il posto degli uomini delle parole.

Di parole, Draghi ce ne ha già regalate di bellissime. Le ultime del suo discorso di ieri hanno riacceso l’amor patrio: "Oggi l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma un dovere guidato da ciò che son certo che unisce tutti: l’amore per l’Italia".

Ieri ha avuto la fiducia del Senato, oggi avrà quella della Camera. Da domani dovrà meritarsi quella degli italiani.

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