Renzi nello studio di Lucia Annunziata (Imagoeconomica)
Renzi nello studio di Lucia Annunziata (Imagoeconomica)

Roma, 17 settembre 2019 - Nella tarda serata di ieri, con una telefonata al premier Conte, l'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi - oggi senatore della Repubblica - ha ufficializzato il suo addio al Pd. Una scissione che era nell'aria ormai da giorni che pare aver disorientato anche i sondaggisti.

NUOVO PARTITO DI RENZI ITALIA VIVA: I SONDAGGI - C'è chi, come il presidente di Tecnè Carlo Buttaroni, usa una forbice ampia e colloca la nuova forza tra il 4 e il 7,5%, chi, come il direttore di Ipr Marketing Antonio Noto è più preciso e lo dà al 5% e chi, come il direttore scientifico di Swg Enzo Risso non si spinge a "fare oroscopi". Il punto è che il contesto politico è cambiato completamente in un mese. "Fino al governo gialloverde, il quadro delle pulsioni politiche italiane si disegnava lungo due assi: comunità chiusa contro comunità aperta e popolo contro élite", spiega Risso, che preferisce ricostruire il contesto sociologico dell'elettorato invece di azzardare percentuali. Con la formazione del governo Pd-5 stelle c'è stata anche una evoluzione dello scacchiere politico: "si è allargato lo spazio di centro, non fatto più soltanto di borghesia urbana, ma anche di persone che votavano 5 stelle e che non si riconoscono né a destra né a sinistra. Si è allargato l'alveolo. Prima si andava verso il tripolarismo e adesso si va verso un bipolarismo con un centro sempre più pesante".

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IL PESO DELLE NUOVE ALLEANZE - Tutto sta a capire come reagirà l'opinione pubblica ora che nell'area moderata c'è un vero e proprio sovraffollamento: "Berlusconi, Carfagna, Toti, Calenda, Conte, Cairo e ora anche Renzi. C'è la fila per intenderci". Disamina sulla quale concorda Buttaroni di Tecnè, che colloca Renzi tra il 4 e il 7,5%. Stima da valutare con un attenzione, perché fatta prima che cambiasse il contesto politico e "un conto è scindersi dall'opposizione, un conto è scindersi dalla maggioranza": "Dall'opposizione i decibel si possono alzare. Stando con la maggioranza bisogna giustificare i motivi per cui si appoggia un determinato provvedimento". Un elemento da non sottovalutare, anche per lui, è che da agosto in poi il ruolo del presidente del Consiglio ha preso più forza, e incide su un bacino elettorale analogo a quello di Renzi, un centro 'lib-dem' ed europeista. Se sarà la forza di Carlo Calenda a svuotare il contenitore di Renzi o piuttosto il contrario, è difficile dirlo. Anzi, difficilissimo: "Siamo nel campo della scissione dell'atomo. Quell'area moderata progressista europea è la stessa di Renzi, Conte e Calenda. I tre si distinguono solo per la forza che mettono nel fare le cose: Renzi è molto forte ma anche molto divisivo, Conte è molto apprezzato - il più apprezzato di tutti - ma anche più debole, Calenda si colloca a metà. Come andrà a comporsi questo caleidoscopio lo capiremo solo col tempo. Sono tre leader che insieme non possono stare, ma che hanno lo stesso bacino elettorale".

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CONSENSI PERSI - Un dato su Renzi impressiona e lo dà Noto: subito dopo che si è iniziato a parlare di scissione, l'elettorato di riferimento di Renzi era stimato intorno al 10%. Insomma per il direttore di Ipr Marketing l'ex premier avrebbe perso la metà dei consensi. E non solo, perché "i partiti che non esistono nei sondaggi sono sovrastimati, gli elettori ripongono aspettative che poi nei fatti possono trasformarsi in delusioni", quindi quel 5% potrebbe essere anche meno. Da chi è formato? "Dal 3% di elettori del Pd, all'1% di elettori di Forza Italia e dall'1% di elettori che non sono fidelizzati a nessun partito". La scissione, insomma, farà perdere almeno 3 punti al Pd, che a questo punto sarà giudicato rispetto al lavoro di governo più che rispetto al programma. Il gradimento per Renzi è al momento alla pari di quello per Berlusconi. Zingaretti ha livello fiducia maggiore: "ma attenzione, gradimento non significa consenso".