Nicola Zingaretti con Matteo Renzi (ImagoE)
Nicola Zingaretti con Matteo Renzi (ImagoE)

Roma, 12 settembre 2019 - Neanche dirlo, l’anello debole nella catena della nuova maggioranza è ancora una volta il Pd. Era evidente fin dall’inizio che le tensioni più pericolose non sarebbero state quelle tra i partiti della coalizione giallo-rossa, ma quelle interne alle forze politiche. Ed è sulla legge elettorale che, appena 24 ore dopo aver votato la fiducia al Conte 2.0, si accendono le prime fiamme tra fan e avversari del proporzionale.

Tanto alte da rilanciare le voci che già giravano da giorni di una scissione di Renzi. Qualche brandello di vero dovrà pur esserci, perché troppi sono gli indizi e le coincidenze per liquidarle come fake news : i frequentatori del Senato ne parlano come di un segreto di Pulcinella, sebbene quando e come si dovrebbe concretizzare nessuno lo sa. Lo stesso Zingaretti contempla la possibilità di "uno scisma" e, al pari di papa Francesco per la Chiesa cattolica, si augura che questa nuova emorragia non avvenga. "L’unica cosa che non si capisce è quali motivi possano esserci alla base di un fatto tanto lacerante", dice a Porta a Porta .

Sottosegretari, nuovo rinvio: troppa tensione fra i grillini 

Questo interrogativo resta appeso nel Palazzo, dove – nell’attesa di vedere le carte renziane sul tavolo – i soliti bene informati assicurano che l’ex leader del Pd si appresti a passare con armi e bagagli al gruppo Misto assieme a 5/6 senatori nel 2020, lasciando gli altri fedelissimi a fare la quinta colonna tra i democratici.

L’obiettivo? Costruire una forza di centro – magari sfruttando la strada aperta in questi giorni da Carlo Calenda – di peso, per poi allearsi con ciò che resta del Pd. "Dai test fatti – fanno notare al Nazareno – un partito renziano prenderebbe tra il 2 e il 3%: che senso avrebbe questa operazione?". E d’altra parte, continuano, molti dei sessanta parlamentari di Base riformista (considerata dai più un satellite renziano), non sarebbero disposti a seguire il senatore di Rignano nemmeno in caso di separazione consensuale: almeno, questa era l’aria che circolava ieri alla prima riunione dopo la crisi dell’area capeggiata da Lotti e Guerini.

Ora: una legge proporzionale può garantire la sopravvivenza a Renzi nel momento in cui decidesse davvero di andarsene. Ecco perché lui tifa per quel sistema, mentre il segretario del Pd frena: "Ci sarà tempo per discutere, non c’è nessuna decisione presa".

Par quasi ovvio: se vuoi salvare governo e legislatura, è chiaro che la riforma deve essere fatta il più in là possibile. Ma il time-out non serve solo a respirare: Zingaretti vuole che il partito rifletta sulle conseguenze dell’adozione di questo o quel modello. Con un proporzionale puro c’è il rischio di tornare a Ds e Margherita.

Non stupisce se in queste ore due padri nobili del Pd, Veltroni e Prodi, si sono schierati a favore del maggioritario. "Garantisce i governi", sottolinea l’ex leader dell’Ulivo. "Se tornassimo al proporzionale sarebbe il festival della frammentazione", rincara l’ex segretario Pd. Dubbi e perplessità che sono ben presenti a Zingaretti: lui, al contrario di Franceschini, non ritiene ineluttabile la svolta. Del resto, notano i suoi, "con i 5 stelle ci siamo impegnati ad accompagnare il taglio dei parlamentari con un nuovo sistema di voto. Non abbiamo sposato il proporzionale". Di cui però i grillini sono i primi sponsor. Si vedrà: intanto, slitta ad ottobre l’ultimo voto in Aula la legge che diminuisce il numero dei parlamentari.

Nel frattempo, Zingaretti è pronto a tingere di rosa il vertice del partito: "Mi auguro sia una donna il prossimo presidente del Pd e lavoro per questo. Sarebbe un bel segnale". Dalla Pinotti alla Zampa passando per la Sereni, la rosa ha molti petali.