Roma, 14 agosto 2019 - "Siamo di fronte a un fatto clamoroso e nella mia veste di ex premier trovo che sia un passaggio che non va sottovalutato – esordisce grave il senatore Matteo Renzi nella sua conferenza stampa convocata ieri al Senato –, dobbiamo difendere la democrazia parlamentare contro la deriva Papeete". "Avverto il bisogno – continua con toni da statista – di lanciare un appello a tutte le forze politiche. Salvini oggi scoprirà di essere in minoranza", cosa che, poi, in effetti, puntualmente, avviene.

Renzi si gode lo spettacolo, urla contro e sfotte Salvini in Aula, poi punta alto, pensa in grande: "L’appello – quello che sta spaccando il Pd in modo definitivo – mi costa molto dal punto di vista umano". Ma tornare alle urne – continua – oggi sarebbe un rischio: "Se si va a votare non so se il Pd prende il 25%, ma so che l’Iva arriverà al 25%. E, così, è sicura la recessione". che nei giorni scorsi «con franchezza» aveva detto «no» all’accordo Renzi,

A Zingaretti magnanimo, replica: "Il segretario del mio partito ha chiesto che ci sia unità e che sia la segreteria a gestire questo passaggio. Credo che siano richieste comprensibili e assolutamente da accogliere". Ma trattasi di excusatio non petita, accusatio manifesta. Renzi sa che se passa la sua linea, quella del ‘governissimo’, il regno di Zingaretti è, di fatto, finito, polverizzato. Forse Zingaretti sarebbe persino tentato dalle dimissioni, verrebbero indette nuove primarie, Renzi non dovrebbe fare nessuna scissione ma semplicemente riprendersi quello che ritiene ‘suo’, il Pd.

In alternativa, si aprono, per lui, scenari fino a ieri impensati: potrebbe fare il ministro o, perché no?, il vicepremier, del futuro governo delle ‘larghissime intese’, magari trattando i nuovi ‘alleati’ grillini – dopo anni di insulti e guerra aperta – come li trattava Salvini: cuginetti tontoloni e inesperti. Del resto, dentro il Pd, la linea di ‘smottamento’ pro Renzi conquista fan ogni giorno. Da Prodi, Veltroni, Enrico Letta, non si leva una parola una contro le sue spericolate giravolte – come, invece, è sempre avvenuto in passato – Franceschini loda il ‘lodo Bettini’ (governo di legislatura), persino Andrea Orlando, suo implacabile nemico, tentenna.

Con il segretario, e a favore della linea ‘elezioni subito’, sono rimasti in pochi: i fedelissimi, da Francesco Boccia a Paola De Micheli, e alcune teste pensanti in proprio, da Gianni Cuperlo a Marco Minniti mentre Paolo Gentiloni, che pure sta con Zingaretti, si limita a riporre – come tutto il Pd – "totale fiducia in Mattarella". Ma solo Carlo Calenda spara a palle incatenate contro Renzi, ricordandone tutte le giravolte spericolate, il cinismo e lo invita ad "andarsene".

Ma anche e persino dentro Leu – da Bersani a Speranza, da Epifani ad Errani – hanno tutti riscoperto le ‘virtù’ di Matteo che dipingono come "un ottimo mediatore, gran tessitore", dopo averlo insultato anni, al prezzo di contanta scissione. Agli occhi dei suoi, infine, i renziani doc e ultradoc che ieri se lo mangiavano con gli occhi mentre parlava con ‘tutti’ i giornalisti e ‘tutte’ le televisioni, "il nostro vero leader", neanche fosse MaoTse-tung, è tornato, "Matteo come back". Non uno che se la prenda "col Matteo sbagliato".