Roma, 2 aprile 2016 -  Conto alla rovescia per il referendum "sulle trivelle", voluto da nove Regioni, Puglia in testa. Meno di due settimane ancora, infatti, e gli italiani saranno chiamati a votare il 17 aprile prossimo sulla possibilità, per le piattaforme già operative, di poter continuare a estrarre gas e petrolio solo fino alla fine delle concessioni in atto o invece fino all’esaurimento del giacimento. Un aspetto specifico della partita energia che, però, ha finito per trasformare la consultazione in una contesa tutta politica - innanzitutto dentro il Pd –pro o contro l’attuale governo. Tanto più alla luce dell’ultima bufera mediatico-giudiziaria che si è abbattuta sull’ex ministro dello Sviluppo economico. 
Cerchiamo, dunque, con questa guida al voto di riportare la vicenda entro i suoi confini di merito. 
 
Su che cosa si vota. Come anticipato, la partita aperta non riguarda nuove trivellazioni per la ricerca di gas e petrolio. Si tratta di decidere, invece, se le piattaforme in mare, entro le 12 miglia dalle nostre coste (più o meno a 20 chilometri da terra) possono continuare a tempo indeterminato a estrarre idrocarburi, fino all’esaurimento dei giacimenti, oppure se alla scadenza delle concessioni devono chiudere i battenti. Nel primo caso si vota No (all'abrogazione della norma), nel secondo Sì.
Se si dovesse raggiungere il quorum per la validità della consultazione – il 50 per cento più uno – e i Sì dovessero vincere, le piattaforme attualmente in mare a meno di 12 miglia dalla costa saranno eliminate una volta scaduta la concessione, anche in presenza di giacimenti non esauriti. Nessun effetto invece né per le perforazioni su terra e in mare oltre le 12 miglia né per le nuove perforazioni entro le 12 miglia, già vietate con l’ultima legge di Stabilità.  
 
La posta in gioco. In base ai dati del Mise, il Ministero dello Sviluppo economico, nei mari italiani sono presenti 135 piattaforme, 92 delle quali rientrano nelle 12 miglia. E queste sono quelle a rischio chiusura. Chiusura che avverrebbe a seconda della scadenza delle concessioni: dal 2018 al 2034. I gruppi petroliferi interessati alle piattaforme sono non più di tre. L’Eni è azionista di maggioranza di 76 impianti sui 92 totali, mentre la francese Edison ne possiede 15 e l’inglese Rockhopper una.
 
Gli altri quesiti eliminati. Il quesito sul quale si vota è l’ultimo rimasto in campo dopo che proprio con l’ultima legge di Stabilità sono stati di fatto risolti gli altri nodi al centro di altre cinque richieste referendarie proposte sempre da nove regioni. Queste ultime, insomma, per quella via hanno già ottenuto quello che chiedevano in materia di nuove trivellazioni (proibite), poteri sulle concessioni e via di seguito. Rimane da decidere, invece, la sorte delle piattaforme esistenti. 
 
Il fronte del Sì. A sostenere l’esigenza di abrogare la norma pro-piattaforme e, dunque, a spingere per la più rapida fine delle estrazioni sono, come indicato, innanzitutto le nove regioni – quasi tutte a guida Pd – che hanno proposto il referendum. Ma dello schieramento fanno parte largamente tutte le principali associazioni ambientaliste presenti in Italia. A livello di movimenti e partiti politici, in prima fila i 5 Stelle e Sinistra italiana, ma anche la Lega. Più divise e frastagliate Forza Italia (tendenzialmente per il no), Fratelli d’Italia e le formazioni minori presenti in Parlamento (Ala e dintorni). Si ritrova su Sì anche una parte minoritaria del Pd, a cominciare dall’ex capogruppo Roberto Speranza. 
 
Il fronte del No e dell’astensione. No e astensione vanno visti insieme perché si tratta di due modalità o di due vie per far fallire il referendum.  A spingere per la difesa della situazione attuale e, dunque, per la continuazione dell’estrazione di gas e petrolio fino all’esaurimento dei giacimenti sono il governo, la parte largamente maggioritaria del Pd, le altre forze della maggioranza, Ncd e Scelta civica. Anche Forza Italia è a favore delle norme in vigore. Nello schieramento rientrano, naturalmente, tutti i gruppi energetici e a maggior ragione quelli interessati alle piattaforme coinvolte nel referendum. 
Per battersi contro il referendum è nata l’associazione Ottimisti e Razionali, costituita da politici o ex politici (come Gianfranco Borghini e il presidente di Assoelettrica Chicco Testa), imprenditori, giornalisti e associazioni per lo sviluppo sostenibile come Amici della Terra.
 
Il «caso» Pd. Come si vede, il principale partito italiano è spaccato almeno in tre posizioni sul referendum. Quella di Renzi e della maggioranza è chiara: far fallire il referendum con il non voto.  Ma proprio questa tesi si scontra, da un lato, con coloro – i presidenti di regione del Pd – che hanno voluto la prova elettorale e, dall’altra, con coloro che, sempre nel Pd, vedono come il fumo negli occhi l’appello all’astensione. Contrari alla scelta del non voto sono decisamente anche l'ex segretario Bersani, che ipotizza la libertà di voto, e l’ex capogruppo Speranza per il sì. 
 
Le ragioni del Sì. Il principale argomento di coloro che hanno proposto o sostengono il referendum riguarda la pericolosità delle piattaforme e delle estrazioni in mare per la salute umana e per la fauna ittica. Si cita a tal proposito un documento di Greenpeace, basato su dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, relativi a 34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sarebbero state rinvenute, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge.   
 
Le ragioni del No e dell’astensione. Sui rischi di inquinamento e sulle accuse di Greenpeace, la coalizione di Ottimisti e Razionali replica che le cozze delle aree interessate, come tutte, sono sottoposte ai controlli delle Asl prima di essere messe in commercio. Non solo. I limiti di legge considerati valgono per le acque che distano un miglio dalla costa, mentre le piattaforme sono più lontane e sottostanno ad altre soglie. Non basta. Per l’Ispra non ci sarebbero comunque criticità per l’ecosistema marino legate alle piattaforme. Le società petrolifere di Assomineraria, a loro volta, insistono anche su un altro elemento: alle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, l’anno scorso sono state assegnate nove bandiere blu, simbolo del mare pulito.  Il principale argomento, però, di chi sostiene l’astensione o il no è quello relativo ai posti di lavoro che sarebbero a rischio. Il dato più attendibile per tutta l’attività estrattiva in Italia fa riferimento a 10 mila persone, fra diretti e indiretti, che diventano 29 mila se si aggiungono gli addetti dell’indotto esterno al settore.